Una risposta collettiva a chi condanna i ragazzi e le ragazze del Romagnosi e del Casali.

In questi giorni sta occupando le prime pagine della cronaca piacentina il “caso” degli studenti del Romagnosi e del Casali che, giunti in possesso delle credenziali di accesso del registro elettronico di un insegnante, ne hanno approfittato per giustificare qualche assenza e qualche ritardo.
Come prevedibile, gli articoli dei quotidiani online sono stati una buona occasione per i commentatori seriali per esprimere opinioni non richieste, tendenti per lo più a fare la morale agli studenti. Sparare sentenze durissime, come ben sappiamo, è uno sport molto amato dai boomer autoritari, in quanto è un’ottima fonte di piacere e orgoglio. Ma vediamo dove si può arrivare analizzando i fatti in maniera un po’ meno superficiale e “di pancia”, per tentare di rendere conto di una situazione ben più profonda. Buona lettura.

 

La dinamica che si è immediatamente instaurata a livello di opinione pubblica è stata di dare la colpa agli studenti. Da un lato perché la foga aggressiva dell’italiano medio piacentino richiede sempre un capro espiatorio su cui sfogarsi, dall’altro lato perché è sempre più facile colpire il soggetto più “debole”: in questo caso, gli studenti. Tuttavia, noi vogliamo provare a ribaltare la prospettiva: siamo decisamente sazi delle logiche securitarie e volgari che riempiono i social e i giornali. Infatti, la questione è ben più problematica e, se proprio vogliamo cercare delle colpe, bisognerebbe provare a cercare tra le altre parti in causa.

Nessuno si è chiesto perché gli studenti avrebbero dovuto fare una cosa del genere? Certo, sembra facile gridare subito che sono dei pigri nullafacenti (la solita tarantella che non serve a niente), ma noi non crediamo che sia tutto così semplice. Anche la pigrizia e la nullafacenza, nella maggior parte dei casi, hanno dei motivi.
Ad esempio: a chi non è mai capitato di avere un insegnante stronzo? A cui non interessa nulla capire lo studente e stimolarlo, ma fa solo la solita spiegazione di routine totalmente nozionistica, distribuendo dei quattro a chiunque gli passi davanti? Pensiamo che anche gli insegnanti che stanno leggendo potranno tranquillamente concordare che durante la loro carriera hanno incontrato colleghi che avrebbero fatto meglio a fare un altro lavoro. Chi avrebbe voglia di andare a scuola in una situazione del genere?

Nonostante questo sia solo un esempio, resta il fatto che è superficiale vedere in 80 studenti delle semplici persone pigre, ma è sicuramente più corretto, anche se più difficile, vedere delle persone demotivate a causa delle carenze dell’istituzione scolastica, carenze che causano prima di tutto un ambiente piatto e demotivante.

Ma, volendo andare ancora più in profondità, allora ci chiediamo: perché l’ambiente scolastico è così piatto e demotivante da spingere gli studenti ad avere sempre meno voglia di andare a scuola?
L’istituzione scolastica non nasce dal nulla: è stata modellata, negli anni, da continue riforme (prima tra tutte, in senso peggiorativo, la riforma Gelmini). Come fanno, gli insegnanti, ad essere buoni professori se si trovano davanti una vita di precarietà, dove devono cambiare scuola ogni 3 o 4 mesi, con il rischio sempre presente di rimanere senza lavoro? Possiamo ben immaginare come questa situazione vada poi a pesare sugli studenti.
Queste riforme, negli anni, hanno trasformato la scuola da luogo in cui anche i meno motivati o “pigri” potevano diplomarsi avendo imparato qualcosa, con un minimo background culturale che permettesse loro di affrontare il mondo in modo consapevole, a fabbrica in cui anche i più volenterosi e studiosi vengono trasformati in un numero da mandare a lavorare il prima possibile, senza curarsi minimamente di che cosa possano imparare all’interno di quelle mura scolastiche che diventano sempre più un carcere.
Quante volte abbiamo letto nei giornali come prestazionismo, regole troppo rigide o intromissioni delle autorità nelle scuole hanno causato depressone e frustrazione tra gli studenti e talvolta addirittura il suicidio?
Ma a quanto pare tutto questo passa sotto silenzio, mentre qualche password hackerata genera la massima indignazione.
Inoltre, ultima nella degenerazione del sistema scolastico, che non fa altro che dimostrare questo ragionamento, è l’alternanza scuola-lavoro: questa, ormai attiva da qualche anno, non fa altro che togliere ore ad un già scarso insegnamento per mandare gli studenti a farsi sfruttare nei luoghi di lavoro.
Chi vorrebbe mai andare in una scuola così? Sembra quasi un film distopico. Lo ribadiamo quindi con convinzione: se questa è il vostro insegnamento, se questa è la vostra scuola, allora ci ribelleremo sempre.
Ma torniamo su un punto fondamentale di questi argomenti: la meritocrazia. Se ne parla molto, ma poco si sa sugli effetti che ha sugli studenti. Questa, infatti, parte dal presupposto che chi lavora meglio avrà voti più alti. Ma non tiene in considerazione il punto di partenza: come fa uno studente che ha pochi soldi, magari deve andare a lavorare, oppure ha una situazione difficile in casa a rendere allo stesso modo rispetto a uno studente che magari ha meno problemi (e più soldi)?
Si pretende che lo studente svantaggiato si impegni dieci volte di più: è accettabile? Decisamente no, e infatti finisce che chi è avvantaggiato rimane avvantaggiato, e chi è svantaggiato rimane svantaggiato. Meritocrazia diventa così sinonimo di classismo.
Inoltre, vorremmo focalizzarci sulla concezione di punizione: perché abbiamo bisogno di un colpevole? Forse più che di reato commesso (termine scelto non a caso: pare infatti che l’istituto abbia fatto intervenire la polizia) e colpevole da punire, dovremmo pensare a un problema e a una soluzione. Una punizione che va a colpire il rendimento scolastico e il profilo giudiziario degli studenti, come può essere costruttiva? È un puro lavoro repressivo volto a mantenere le cose come stanno, nascondere lo sporco sotto il tappeto. In questo modo, il messaggio che passano è chiaro: il sistema scolastico è una merda? Bene, o lo accetti o finirai ancora più nella merda.
Perché non hanno provato invece ad ascoltare quelli che dovrebbero essere i destinatari del sistema scolastico? Se gli studenti si sentono così poco motivati da bigiare le lezioni, beh forse serve tornare a fare in modo che la scuola sia un luogo pieno di stimoli, e non un carcere.
Lo dicono quasi unanimemente gli studi degli ultimi decenni nell’ambito delle teorie dell’insegnamento: la pratica della punizione esemplare è una pratica repressiva dal sapore fascista perché che emargina, discrimina, mortifica e allontana dall’insegnamento chi non aderisce al modello imposto.
A questo, secondo tali studi, occorre invece sostituire un coinvolgimento diretto dei ragazzi in attività che li riguardano, come miniassemblee e autogestioni, si permette loro di farsi carico di responsabilità e di avere spazio di espressione, di propositività e di autonomia. Certo non sarebbe forse una soluzione a tutti i problemi, ma siamo certi che sia un buon primo passo per migliorare la situazione.
Per i più interessati a queste argomentazioni, consigliamo un’analisi della situazione in modo ancora più approfondito: CLICCANDO QUI trovate un video di un bel seminario di alcuni anni fa a Piacenza in cui si spiega cosa è un processo di soggettivazione. In estrema sintesi: quel meccanismo di resistenza al contesto sociale, famigliare, scolastico, lavorativo che gli individui mettono consciamente o inconsciamente in atto per sopravvivere. Vale per l’operaio che di nascosto schiva le telecamere per fumare una sigaretta, per il bambino che nasconde la marachella alla mamma, per lo studente che cerca di uscire dalla pentola a pressione di un’istruzione scolastica che, come abbiamo visto, è ogni giorno più scadente e repressiva.
Vedendo quindi le cose sotto questa prospettiva, il gesto degli e delle 80 sospesi/e e denunciati/e acquista, consapevolmente o meno, un enorme valore di resistenza. Per questo motivo, riteniamo che la scuola, al posto di agire in senso repressivo e criminalizzante sugli studenti, dovrebbe invece riflettere sulle cause di questi gesti.
Piuttosto che una punizione repressiva, invitiamo la dirigenza del Romagnosi e del Casali di agire tramite l’organizzazione di attività didattiche alternative, che diano respiro al corpo studentesco e siano spazio per l’emergere di stimoli e interessi.
In questo senso, dunque, ci dichiariamo politicamente complici e solidali agli ed alle 80 sospesi/e e dichiariamo fin da ora che organizzeremo benefit in loro aiuto per sostenere le spese legali.
Speriamo non taccia il corpo docente: si comincia licenziando una professoressa perché urla a una manifestazione, si prosegue comminando misure fasciste a degli studenti. Si finisce a chiudere gli occhi di fronte ad atrocità ben più grandi.
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