SORRY, WE FIGHT YOU! 1

Affinità e divergenze fra la realtà rappresentata da Ken Loach e la nostra

 

 

È in questi giorni al cinema il film di Ken Loach “Sorry we missed you”, rappresentazione ultra realistica della vita lavorativa – e non – dei corrieri, ambito di lavoro cresciuto a dismisura in tempi di Gig Economy. Per la realizzazione del film, Loach si è avvalso di ex lavoratori del settore, e la cosa si vede tutta sia sul piano psicologico nelle scene di vita extra lavorative sia sul piano della realizzazione di interni (chi scrive vi dice che la fantomatica “PDF” del film può corrispondere solo alla GLS, o almeno solo GLS in Italia ha in dotazione quel particolare tipo di gabbie mobili per i pacchi nei magazzini “ultimo kilometro”) e nella caratterizzazione dei ruoli (su tutti quello del capo impianto pelato, che ad alcuni non sarà risaltato per queste caratteristiche ma vi possiamo garantire è stato rappresentato con tratti nerboruti poiché spesso quelle figure sono reclutate in ambienti malavitosi dediti alle maniere “sbrigative” nella gestione dei rapporti umani e “lavorativi”).

 

E’ importante chiarire una cosa: Loach si focalizza sui corrieri, ma essi non sono l’unica figura della nuova classe operaia legata alla Gig Economy. Rimangono infatti escluse due nuove figure operaie altrettanto centrali per la nostra sventurata epoca: i facchini dei magazzini (tanto in quelli “ultimo kilometro” che servono i furgoni del film quanto quelli dei grandi “magazzini hub” di cui è cosparsa la pianura padana, in particolare lungo l’asse della via Emilia che va da Bologna a Milano e soprattutto all’incrocio della stessa con le altre grandi vie-snodo nel piacentino) e i “rider” delle consegne alimentari (in costante aumento anche se ancora concentrate prevalentemente nelle grandi metropoli universitarie e, a differenza delle altre due categorie, per ora privi di una efficace organizzazione di difesa sindacale).

 

A dire il vero, il film affronta anche un’altra figura legata alla nuova classe operaia e anch’essa conseguente alle trasformazioni del lavoro – anche se non direttamente alla Gig Economy – che privano le famiglie del tempo necessario alla cura dei famigliari: parliamo della moglie del protagonista, badante “a tempo pieno” (non pagato) con tutto il carico di ulteriori complicazioni che ciò comporta. Questa figura nel film è magistralmente interpretata, e da essa deriviamo la prima grande differenza rispetto allo scenario italiano: se nel film infatti la protagonista femminile è anch’essa inglese, da noi questo lavoro (che riguarda circa il 75% delle mogli degli impiegati nella logistica, quando lavorano e non sono assorbite a tempo pieno dal lavoro finalizzato alla riproduzione sociale dei nuclei famigliari operai) è svolto prevalentemente da donne immigrate. Prevale la provenienza est-europea ma il quadro è variegato. La differenza potrebbe sembrare di lana caprina ma così non è, perché al quadro già devastante delle tensioni che affliggono la protagonista del film va ad aggiungersi una peculiare patologia per le badanti immigrate, la cui conoscenza è solo agli inizi dal punto di vista della ricerca: parliamo della nostalgia depressivo-scatenante che il lavoro di cura di anziani risveglia in queste donne immigrate verso la propria terra, andando ad alimentare un irrazionale – ma concreto e dolorosissimo – senso di colpa per la propria lontananza dal nucleo famigliare di provenienza. Tale patologia è spesso causa di crolli e mancanze sul lavoro, ma nessuno pare interessarsene. Segnaliamo a riguardo la sola voce del S.I. Cobas che nel 2019 portò questo contenuto all’interno della piattaforma nazionale di sciopero dell’8 marzo. Uno sforzo di elaborazione importante che tuttavia non ha ancora prodotto l’apertura di significativi percorsi di lotta a riguardo.

 

Torniamo alle altre due figure facchini e corrieri. Qua sta l’altra grossa differenza fra Regno Unito e Italia (ma l’Italia è forse l’eccezione più avanzata dopo un ciclo di lotte espansive durato dieci anni): se esistesse una produzione culturale degna di questo nome nel nostro paese, sicuramente già da qualche anno sarebbe stato girato un film come quello di Loach, vista l’importanza dell’impatto sociale del settore. Solo che si sarebbe dovuto chiamare “Sorry, we fight you”. Eh già, perché senza tessere inutili lodi che non maschererebbero la nostra insufficienza complessiva, qua risiede la grande differenza nelle condizioni complessive di medesimi lavoratori nei due paesi.

Da noi è innegabile che il S.I. Cobas e i solidali che di volta in volta ne hanno appoggiato le lotte abbiano costruito una garanzia solida e catalizzante per gli sfruttati del settore.

 

Ciò è vero prima di tutto per i facchini degli hub, che in un decennio di batoste per la classe operaia e per il lavoro dipendente in generale hanno invece intrapreso un ciclo di controtendenza espandendo il campo dei propri diritti fino ad arrivare a una logica espansiva di attacco che forza i contratti nazionali sottoscritti dai sindacati “compiacenti” istituendo condizioni di maggior favore prima inimmaginabili. Le leghe padronali procedono a ritmi diversi in questo senso e opponendo diversi gradi di resistenza, ma dagli accordi FEDIT in avanti il trend di adeguamento è costante.

 

Un trend di crescita costante non pregiudicato dalla lentezza quindi, che è semmai dovuta a un altro fattore, assente nel film di Loach perché solo in Italia ne esistono le premesse: parliamo del meccanismo degli appalti di manodopera (prevalentemente attraverso consorzi di cooperative, indifferentemente rapaci se affiliati a Legacoop/Confcooperative o spuri e vicini alla malavita organizzata). Certo in Inghilterra esistono altre facilitazioni alla violenza del mercato, su tutte il ricorso alle agenzie (da noi residuale rispetto all’appalto a cooperative) di cui Loach mise a nudo la barbarie in quell’altro suo piccolo capolavoro che fu “In questo mondo libero”, ma solo in Italia una legge bizzarra come la 142 permette questa costante presa per i fondelli tutta giocata sul risparmio del costo del lavoro, che di fatto costringe operai e sindacati del settore a doversi confrontare con due padroni, e spesso a doversi barcamenare nei conflitti fra i due livelli e il reciproco rimpallo di responsabilità – giuridicamente intricato – nel quale ballano milioni di euro sottratti a operaie e operai (a Piacenza l’ultimo esempio è stata la lotta per il recupero dei TFR alla XPO Logistics di Pontenure, una volta sparita col malloppo la ex-fornitrice di manodopera cooperativa Mr.Job).

 

Ma un trend, per l’appunto, esistente e che riguarda anche il blocco dei corrieri. Certo i facchini sono più avanti, e una condizione accettata nazionalmente per i corrieri non esiste ancora (sebbene sia in fase di definizione). Ma essendo i corrieri e i magazzini “ultimo kilometro” anelli nella medesima catena logistica, era inevitabile che anche essi beneficiassero di riflesso delle conquiste dei facchini. Per ora queste conquiste vengono sancite prevalentemente con accordi di secondo livello, forse anche in conseguenza del fatto che sulla dimensione più piccola a prevalere è l’elemento della trattativa con il fornitore di manodopera, il quale avendo margini di profitto minori rispetto alla multinazionale (parliamo comunque di un giro d’affari enorme) tende a voler evitare blocchi e perdite dopo le iniziali resistenze. Chi conosce le lotte in questione non può, nella scena in cui il protagonista viene convocato dal capo impianto per la notifica delle prime sanzioni, non immaginarsi che in Italia la scena seguente sarebbe stata una telefonata al S.I. Cobas e la comparsa di un picchetto fuori dal magazzino. È davvero un tratto ormai così connaturato alle periferie delle città padane che l’equazione è quasi involontaria. Come lo è quella che farebbe poi comparire gli uomini della Digos e in alcuni casi le cariche della celere, spesso paradossalmente (non per noi ovvio) a difesa dell’illegalità nei rapporti di lavoro.

 

È da questa seconda differenza espressa (non quella sulla legislazione dei rapporti di lavoro, quella sulla presenza o meno di una risposta operaia organizzata) che deriviamo quale sarebbe l’altra enorme diversità in una versione italiana del film: il risvolto psicologico sulla vita del protagonista. Intendiamoci: non che in presenza di lotte il lavoro operaio della Gig Economy diventi entusiasmante. Rimane alienante, frustrante, foriero di problemi. Ma certo la capacità di reazione del “sistema immunitario psichico” è tutt’altra, è quella che Loach rappresentava ad esempio in “Il mio amico Eric” quando i colleghi delle poste tiravano fuori il protagonista da una difficile situazione personale. Le Trade Unions non sono forse ancora state in grado di radicarsi nei nuovi settori operai come in quelli tradizionali. Ma in questo senso vi è una parziale similitudine con l’Italia, dato che anche da noi i sindacati storici sono del tutto residuali quando non compromessi in quei settori. Tutto quel che di buono c’è lo si deve a S.I. Cobas e ADL Cobas. Ciò è insindacabile. Da ciò si deriva forse anche la nostra difficoltà a comprendere come un intellettuale e un regista del calibro di Loach possa arrivare a concepire il supporto ai Labour di Corbyn: forse nel suo paese non ha visto i sindacati tradizionali compromettersi al punto di avvallare legislazioni vessatorie che sono la condizione per lo sfruttamento inumano della nuova classe operaia, giocando di intesa con il Partiti Democratico. Forse la svolta neoliberista della terza via “Blairiana” ha permesso una maggiore autonomia delle Trade Unions che possono aver ingenerato in Loach e in altri compagni la speranza che la loro maggior presentabilità potesse essere la base di discussione di un Labour “de-blairizzato” come quello di Corbyn (dimenticando però la mutazione antropologica avvenuta nel frattempo ai settori operai più tradizionali e garantiti, che vedevano a rischio i privilegi acquisiti e si votavano alla “Brexit” come da noi tanti operai del secondario a Salvini). Quel richiamo a una dimensione “Storica” della classe operaia inglese viene qui azzerato da Loach, in favore di una chiusura angosciante che ribadisce il potere onnipervasivo del grande Capitale. Un potere che, si badi bene, tracima dalla Gig Economy legata alla logistica agli altri segmenti di Gig Economy “di supporto”. Pensiamo alla vasta pletora di mestieri connessi alla grande distribuzione ri-declinati da app e nuove tecnologie e piegati ai tempi dell’economia just in time: merchendeiser, allestitori, commerciali e rappresentanti di basso livello: tutti settori che se non condividono la tipologia contrattuale sono comunque accumunati alla vita del protagonista dalle esigenze di tempi, dallo stress e dai rischi delle corse in auto. E nel nostro paese sono al palo dal punto di vista dei diritti, poiché difficilmente organizzabili per lotte sindacali.

 

Una fotografia perfetta dunque, che però stimolando in noi riflessioni deve anche farci essere fieri del lavoro fatto e darci nuova motivazione ad allargare il campo del nostro intervento. Perché le serate con chi amiamo siano la norma, e non l’eccezione.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento