Tornati da poche ore da Verona, dove la marea di oltre 100.000 persone ha invaso le strade contro il “congresso sulla famiglia”, proponiamo un testo scritto dalle compagne di Non Una Di Meno Torino che a nostro avviso ben inquadra la dimensione dello scontro in atto. Il testo è uscito a poche ore dalla manifestazione, ma acquista ancor più valore a conclusione della stessa. Buona lettura!

 

Si apre oggi a Verona il “Congresso Mondiale delle Famiglie”, momento di incontro dei maggiori rappresentanti dell’ultradestra e del fondamentalismo religioso su scala internazionale. Per una descrizione analitica rimandiamo qui.

L’evento ha giustamente suscitato un senso di indignazione diffusa, anche a causa del forte sostegno istituzionale che il Congresso ha ricevuto. Tuttavia, questa indignazione spontanea e condivisa si è espressa spesso attraverso la denuncia – anche ironica – di un presunto “ritorno al medioevo”, di un inaccettabile ritorno di tempi bui. Nonostante la sua presa immediata, questo registro, rischia di offuscare il campo e fare “da tappo” ad analisi e discorsi politicamente più utili e urgenti.

Riferirsi al Congresso Mondiale delle Famiglie (World Congress of Families), che si terrà a Verona, come ad un evento che ci riporta al Medioevo tende ad avvalorare in modo implicito una concezione della storia come progresso lineare dentro il quale inscrivere un miglioramento progressivo della condizione delle donne e delle soggettività LGBT+ che, invece, non corrisponde alla realtà. Ripetere il mantra dell’attacco ai diritti acquisiti può essere fuorviante.
Da un lato le leggi che garantiscono questi diritti sono spesso insufficienti o problematiche – come nel caso emblematico della 194 che non è sufficiente a garantire l’effettività del diritto di abortire; dall’altro lato, perché i diritti acquisiti non sono il frutto di una dinamica storica progressiva, ma sono il risultato delle lotte delle donne e delle soggettività LGBT+. Una storia importante – la nostra storia – che, in quanto tale, va custodita e tramandata collettivamente. Dipingere i partecipanti al congresso con tratti quasi macchiettistici rischia, inoltre, di risultare edulcorante rispetto alla situazione reale: questi terribili personaggi non sono dei fanatici isolati, ma dei fanatici che occupano posizioni istituzionali. Sono ministri del governo italiano, ricoprono importanti cariche politiche in diversi paesi del mondo, fanno parte di lobby e, insieme, lavorano per realizzare un’idea di società ben definita.

Per questi motivi, invece di sottoscrivere l’ipotesi di un “ritorno al medioevo” ci sembra necessario sottolineare la saldatura tra neoliberalismo, neofondamentalismo e neoautoritarismo che sembra costituire il tratto distintivo del riassetto politico globale dopo la crisi del 2008. Per dirlo in modo ancora più esplicito, assumiamo come punto d’analisi di partenza il fatto che – nella congiuntura attuale – il neofondamentalismo non esprime una mentalità retrograda e regressiva, ma, al contrario, costituisce un regime discorsivo complementare a quello neoliberale. A Verona, dunque, non assisteremo a una sorta di rievocazione storica, ma – per quanto grottesco ci possa sembrare – a un’esercitazione politica del tutto attuale: i vari ministri e senatori che prenderanno parte al “Congresso” (Salvini, Fontana e Pillon, per nominare quelli maggiormente mediatizzati), infatti, non daranno soltanto spettacolo delle loro tetre convinzioni personali, ma cercheranno di impostare – in continuità con l’azione politica quotidiana che stanno portando avanti – il lessico e gli obiettivi delle prossime azioni di governo e, probabilmente, di future alleanze e ulteriori svolte verso destra. Da questa prospettiva, possiamo leggere il Congresso di Verona come un momento cruciale nella delimitazione del terreno politico – lessico e temi – su cui si giocheranno le prossime battaglie fondamentali.

Ma in cosa consiste la saldatura tra neoliberalismo, neofondamentalismo e neoautoritarismo? La risposta ovviamente è composita. Qui ci preme sottolineare un aspetto decisivo, cioè il fatto che questa saldatura avviene sul terreno della riproduzione sociale: cioè in quell’ambito della vita e delle interazioni quotidiane che definisco le nostre condizioni di vita come – ad esempio – la cura dei bambini e degli anziani, il diritto alla salute, la qualità dell’ambiente, il diritto all’educazione, la possibilità di avere una casa, spazi di socialità ricca, e così via. Tutti ambiti gli ambiti, insomma, su cui si sono scatenate le politiche di austerity e le esercitazioni di governance poliziesca del territorio.

Ciò a cui assistiamo, dunque, è un chiaro tentativo di ristrutturazione dei rapporti sociali. Perché questa ristrutturazione si accanisce in primis contro le donne e contro i migranti? Non abbiamo certamente delle risposte esaustive, ma proviamo a porre alcune questioni. Da una parte, perché donne e migranti sono le soggettività che si stanno ribellando mettendo in discussione i privilegi del maschio eterosessuale bianco; dall’altra, perché l’attacco è funzionale a forzare le donne e i/le migranti a farsi carico dei costi della riproduzione sociale – di cui lo stato non si fa (più) carico – in maniera gratuita o comunque sottopagata, in solitudine e in condizioni caratterizzate da gerarchie violente.

In questo quadro, è proprio la saldatura tra discorsi sulla razza e sul genere (ovviamente non del tutto inediti, ma con una loro storia) a costituire lo snodo a cui prestare maggiore attenzione e, in particolare, la loro declinazione “natalista” che si esprime nell’ossessione di riprodurre la “bianchezza” della nazione, ovvero – politicamente parlando – il privilegio del maschio bianco sugli altri soggetti).

In questa luce assume un rilievo particolare la questione dell’aborto. Il diritto di abortire – lo sappiamo – non è un diritto come gli altri, ma è una sorta di meta-diritto che garantisce alle donne l’integrità soggettiva, cioè che le protegge dalla tentazione costante del patriarcato di possedere il loro corpo. Il diritto all’aborto e la lotta alla violenza sono temi fortemente correlati. Il diritto all’aborto, infatti, non è soltanto il diritto delle donne che abortiscono o che vogliono abortire, ma è il diritto di tutte le donne ad essere soggetto integro e autonomo. Ed è proprio per questo che la controrivoluzione neoliberale si accanisce tanto su questo terreno: negare alle donne il diritto ad abortire significa decretarne l’obbligo di sottostare alla volontà di altri. Proprio per questo motivo, l’attacco all’aborto è strettamente connesso con l’imposizione della famiglia eteropatriarcale: il luogo sociale in cui l’obbligo di sottostare alla volontà d’altri si riempie di contenuti sociali in termini di disciplinamento e lavoro gratuito.

L’imposizione di un modello familiare eteropatriarcale è quello che contestiamo poiché è in questa concezione di famiglia patriarcale che si produce e riproduce un modello sociale gerarchico e sessista: sappiamo che proprio nella famiglia descritta come “naturale” si verificano la maggior parte delle violenze di genere e che si tratta di un dispositivo che riproduce la divisione sessuale del lavoro e dell’oppressione. Contro quest’idea di “famiglia naturale” abbiamo organizzato la tre giorni Verona città femminista e transfemminista, per ribadire che non accettiamo nessun modello imposto, che le relazioni che vogliamo costruire sono libere, fluide, fondate sulla cura e il rispetto reciproco, sulla libertà di scelta e di poter cambiare idea. Rigettiamo l’esclusività e il possesso.

La posta in palio non è soltanto la preservazione di diritti civili già conquistati, né, tanto meno, una contrapposizione tra modernità e medioevo, comunemente inteso come “epoca buia”. Si tratta di una lotta contemporanea e attuale, dentro il tempo presente. Il terreno del conflitto ci sembra molto materiale.
Possiamo ispirarci alle parole di Silvia Federici quando sottolinea che “la persistenza di rapporti non liberi è qualcosa di fondamentale, che fa parte del codice genetico della società capitalista” e che “analizzare e comprendere il fatto che il lavoro non libero e non salariato è fondamentale, e che il suo senso non è solo l’estrazione della ricchezza dai lavoratori ma che si tratta altrettanto di una maniera di organizzare la società”. Sotto questa luce la controrivoluzione neoliberale ci sembra un tentativo di riarticolare forme di lavoro e di rapporti non liberi, nuove gerarchie e forme di prevaricazione e violenza sociale.

Stiamo lottando in tutto il mondo e continueremo a lottare perché questo non sia lo scenario del nostro futuro.

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