In questi giorni il comune di Piacenza ha approvato la proposta leghista volta a “contrastare il degrado prostitute” che dovrebbero quindi essere allontanate dalle vicinanze (500m) di chiese, scuole, centri per anziani e ospedali, dichiarate “zone sensibili”. Ma la mozione non si ferma qui: sono previsti anche controlli con cadenza mensile nei centri massaggi cinesi e una multa per le prostitute recidive, colte nuovamente entro i 500 metri.

 

È scontato dire quanto riteniamo vergognosa una proposta di questo genere, che punta ad un fantomatico decoro urbano nascondendo la polvere sotto il tappeto e che, in modo ipocrita e perbenista, sanziona le prostitute e non, caso mai, chi sfrutta.

 

La prostituzione si fonda sullo sfruttamento delle donne e su una cultura profondamente patriarcale e non si combatte certo nascondendola alla vista. Questo, al contrario, comporterà il solo rischio di spingere le sfruttate in zone ancor più periferiche, dove le violenze subite si alzeranno ulteriormente. È noto infatti come gli stupri, le violenze fisiche e psicologiche perpetuate da papponi e clienti siano all’ordine del giorno.

 

Sappiamo bene che il modello della sex worker, emancipata e indipendente, che fa di sé e del proprio corpo ciò che vuole, rappresenta, purtroppo, una netta minoranza rispetto alla massa di ragazze e donne sfruttate e costrette a prostituirsi.

 

Non a caso, il fatto che la maggior parte delle prostitute sia di origine straniera (90%), in particolare est europee e africane, vittime di tratte di esseri umani, fa capire come chi si prostituisce non abbia alternative migliori di vita. Si tratta quindi di donne ridotte in schiavitù, costrette con la violenza e da particolari situazioni economiche a vendere il proprio corpo e, come se non bastasse, costrette a dare la maggior parte del guadagno al proprio “protettore”.

Per questo non è possibile paragonare la prostituzione ad un qualsiasi altro lavoro, in una società in cui le ingiustizie sociali e i ricatti economici sono fortissimi e investono tutti e tutte, indipendentemente dalla nazionalità e dalla provenienza.

 

Non solo, in un sistema capitalista in cui fa da padrona la logica dello sfruttamento e del guadagno, in cui ogni possibilità di autodeterminazione è stata annullata o rigidamente limitata entro confini pre-impostati, riteniamo sia un discorso delicato parlare di “donne che liberamente fanno le prostitute”, senza per altro interpellare le persone direttamente interessate.

Viviamo in una società in cui perfino la sfera intima e personale del corpo e del piacere è stata messa a profitto, in cui i nostri corpi sono continuamente vessati da etichette, norme e regole imposte da altri, per questo crediamo che in un contesto simile la prostituzione non sia altro che, nella stragrande maggioranza di casi, lo sfruttamento capitalistico del corpo femminile al servizio dei piaceri maschili e di logiche patriarcali.  

 

Rigettiamo e denunciamo quindi l’ipocrisia di questo Stato che è ben consapevole dell’esistenza di queste reti di sfruttamento e che guadagna dalle tasse delle “case chiuse”, salvo poi fare prediche morali e bigotte. Uno Stato che invece che affrontare il tema dello sfruttamento e fornire supporto e sostegno economico e sociale ai soggetti che più sono colpiti dalla crisi, criminalizza la povertà e le marginalità, allontanando le prostitute dagli “occhi sensibili” dei cittadini per bene per non turbare il pubblico pudore. Colpevolizzare e criminalizzare sono due concetti che non ci appartengono, in quanto mirano solo a nascondere un problema, senza volerlo affrontare alle sue radici, evitando di mettere in luce le reali e scomode responsabilità politiche e sociali.

 

Lottare contro lo sfruttamento dei corpi delle donne -perché di questo stiamo parlando – significa contrastare il fenomeno sia su un piano sociale sia culturale: significa da una parte promuovere progetti di sensibilizzazione, informazione ed educazione nelle scuole e nella società tutta che insegnino al rispetto dei corpi, della libertà personale e della dignità umana; dall’altra vuol dire incidere nella praticità del reale, riequilibrando il mercato del lavoro, dando sostegno economico e sociale a chi è intrappolato all’interno di questo modello culturale, mettendo in atto un piano di azioni politiche e sociali capaci di sostenere l’autonomia, le decisioni e la libertà individuale delle donne e di tutt*.

 

In tal senso, la battaglia da portare avanti deve mirare non solo a combattere queste forme di sfruttamento, ma anche a proteggere la libertà sessuale delle persone da una serie di costrizioni e abusi. Per un mondo in cui ognun* possa vivere il proprio corpo, la propria sessualità e la propria vita liberamente e in piena sicurezza, senza ricatti, giudizi, padri e padroni!

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