Abbiamo da poco archiviato la giornata del primo maggio, che come di consueto per noi non vuol dire festa ma lotta. Da Piacenza, siamo partiti in 230 (5 pullman!) per la manifestazione del S.I.Cobas a Milano. Un segno di grande potenza organizzativa: nessun’altra organizzazione sarebbe in grado di mettere in campo numeri simili a Piacenza.

Corteo caldo e partecipato quello che ha sfilato nel centro di Milano dopo tanti anni di assenza di una rappresentazione operaia.

Il corteo milanese ha sfilato con ancora negli occhi le scene aberranti della mattinata torinese, dove la santa alleanza della speculazione costituita da PD-CGIL-Lega e “madamine” ha provato a impedire l’ingresso in piazza alle lavoratrici e ai lavoratori, agli studenti e ai NoTav. Misera figura, con tanto di servizio d’ordine a pagamento composto da agenzie di buttafuori, dirigenti locali che prendono a cinghiate i manifestanti ed esultanza sul web per le cariche della polizia.

Un odio di classe contro i poveri disgustoso e violento, che rivela una volta di più come non esista nessuna differenza fra PD e Lega, fra finti demokratici e fascisti.

E mentre a Parigi addirittura la CGT (corrispondente della nostra CGIL) scendeva in piazza a fianco di gilet gialli e compagni di ogni sorta, condannando l’operato della polizia francese, da noi andava invece in scena l’annuncio di Landini di volere promuovere la fusione dei tre sindacati confederali. Un annuncio che potrebbe rivoluzionare il quadro delle relazioni sindacali in Italia.

Sicuramente non sarà facile questa fusione, perché i confederali sono sostanzialmente enormi agenzie di servizi con una burocrazia elefantiaca, che non rinuncerà facilmente alle proprie prerogative. Se si realizzerà, quindi, dovranno prima essere trovate le garanzie per migliaia e migliaia di professionisti del sindacato, il che già di per sé porrà problemi di natura organizzativa.

Sulla falsariga di come fu in politica per la nascita del PD da DS e Margherita, non si tratterebbe insomma di una sommatoria di forze ma di una sommatoria di debolezze, teoriche prima ancora che di composizione.

Perché teoriche? Finita la stagione della seconda repubblica, che avevano usato per porsi come referente credibile nella gestione delle lacrime e sangue (si ricordi il boicottaggio al referendum per le 35 ore a parità di salario), i confederali infatti non hanno mai trovato una direzione o una chiara lettura dell’esistente, trovandosi anzi spesso in un ruolo di cogestione padronale soprattutto nello sterminato mondo degli appalti a cooperative, mentre intorno il mondo cambiava aumentando vertiginosamente i tassi di sfruttamento verso il proletariato spogliato da diritti essenziali e verso il nuovo proletariato migrante seguito alla “guerra infinita”.

Fattori, questi, che hanno permesso una imprevedibile rinascita del sindacalismo di base (o meglio della sua parte conflittuale) negli ultimi dieci anni dopo un periodo semi-comatoso e a partire dai settori più combattivi di classe operaia, che nei confederali vedono figure amiche del padrone e poco sono disposti a sentirsi raccontare chiacchiere dai dirigenti sindacali.

E ciò porta a considerare il secondo elemento di debolezza, ovvero la composizione conseguente a quanto sopra. I confederali infatti sono sindacati al 60% composti da pensionati, e nel restante 40 in percentuali significative da dipendenti pubblici ormai impossibilitati anche solo a comunicare con un mondo del lavoro dipendente (ampiamente maggioritario nel nostro paese) distante anni luce dalle condizioni e dalle tutele dei primi.

Soprattutto: mancano i giovani, che conoscono CGIL, CISL e UIL come “quelli che fanno il 730” o come quelli che fanno il concertino del primo maggio nei vari paesoni, ma non li riuscirebbero nemmeno sotto tortura a concepire come un interlocutore politico o sociale. E ciò proprio perchè consapevoli che la condizione di mancanza di tutele e povertà che soffrono ha visto la loro attiva collaborazione o la loro passiva reazione (no 35 ore, si pacchetto Treu/agenzie, nemmeno un po’ di lotta sul Jobs Act/licenziamenti indiscriminati, ma un patetico e inutile referendum..).

I giovani più impegnati, al massimo, ci si scontrano nelle piazze delle città metropolitane dove più feroce è lo scontro fra esclusi e inclusi nel sistema. Per dirla con Marco Revelli, non certo un pericoloso antagonista, “a Torino si sono scontrati dei dirigenti anziani di strutture politiche e sindacali di anziani con i giovani che animano i movimenti sociali e che sono gli sfruttati del lavoro precario”.

Un quadro di complessivo slittamento a destra del sindacalismo quindi, in cui anche L’USB, che dalla firma del famigerato Accordo sulle Rappresentanze aspira a diventare il 4° sindacato istituzionalizzato, è di fatto null’altro la cinghia di trasmissione della Rete dei Comunisti e delle loro posizioni nazional-sovraniste, ulteriore specchio dello slittamento a destra del quadro complessivo.

Insomma una situazione che, per chi è ripartito dagli sfruttati e dalla base puntando sul sindacalismo conflittuale, contiene insidie ma potenzialmente anche grandi prospettive, sempre che si riesca a generalizzare le parzialità organizzate oggi (sostanzialmente solo da S.I.Cobas e ADL Cobas) ma giocoforza settoriali e minoritarie, attraverso un percorso di radicamento e interlocuzione che passi dai quartieri e dalle comunità solidali alle lotte operaie ma attive in tutti i fronti delle resistenze sociali.

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