Si chiude una settimana di turbolenza politica e sociale a Piacenza.

Solo dieci giorni fa, l’ennesimo attacco repressivo portato dalla questura contro ControTendenza con la complicità di una giornalista disponibile a prestarvisi: tre misure cautelari richieste verso nostri compagni, in riferimento a fatti avvenuti al corteo del 25 aprile e al presidio contro Salvini di maggio, di cui solo una autorizzata e immediatamente ritrattata dai giudici di fronte all’inconsistenza dell’accusa.

Fin troppo chiara, persino dichiarata in via informale, la volontà politica di ostacolare la dinamica di lotta operaia cittadina e di operare una sorta di vendetta rispetto al corteo antifascista del febbraio 2018.

Ma, a fronte di questo mal orchestrato tentativo, nessun passo indietro, nemmeno per prendere la rincorsa: immediata è stata la risposta operaia in termini di adesioni ai due scioperi scoppiati proprio in quelle ore nel circondario della città.

Il primo, che riguarda Piacenza città, ha investito il grande operatore logistico Fercam. Il colosso dei trasporti italiano ha avviato un piano di ristrutturazione aziendale che vorrebbe portare all’eliminazione dei sindacati conflittuali da tutti gli stabilimenti. Immediata la risposta operaia coordinata in oltre 14 città italiane. Piacenza fra quelle che hanno adottato la linea più dura, con 8 ore di blocco ai cancelli e attività paralizzata.

Si attende la trattativa nazionale prevista per giovedì 10 ottobre.

il picchetto a Fercam Piacenza

Il picchetto a Fercam Piacenza

Il secondo, precipitato anch’esso nella giornata di mercoledì, riguarda invece Tigotà, catena del ramo cosmetici nel pieno del suo sviluppo da qualche anno…ma uno sviluppo, per l’appunto, costruito sulla pelle dei lavoratori. Sempre da Piacenza -nodo strategico nell’organizzazione operaia della pianura padana- è partita l’organizzazione per la riscossa operaia che ha visto impegnati i facchini per oltre 4 giorni di picchetto. Sole, pioggia, contromanifestazioni di commesse dei negozi organizzate dal padrone: niente è stato capace di farli smobilitare.

Tigotà ha due grandi magazzini: Piacenza (o meglio Stradella, appena oltre confine con la provincia di Pavia) e Padova. Ma a Piacenza, finora non sindacalizzata, le condizioni sono diverse: tre società che gestiscono l’appalto, contratti a tempo determinato spropositati, orari infiniti, applicazione di un contratto diverso rispetto a Padova (il commercio), ricatti continui per aumentare la produttività. Pure i rider abusivi: caporalato e sfruttamento anche di irregolari, indagine a Milano. L’opera di intimidazione messa in atto a Padova si è basata soprattutto sullo spostamento di molti colli da movimentare a Broni e la minaccia di chiudere Padova qualora non si fossero raggiunte le produttività richieste.

Tutto questo è durato fino a qualche giorno fa, quando, da un lato a Broni una cinquantina di lavoratori (assunti a tempo determinato), stanchi di subire minacce e ricatti, ha deciso di iscriversi al S.I. Cobas rivendicando prima di tutto la stabilizzazione del posto di lavoro e l’applicazione delle stesse condizioni contrattuali esistenti a Padova.

il picchetto davanti a Tigotà di Stradella

Il picchetto davanti a Tigotà di Stradella

Due lotte, queste di Fercam e di Tigotà, che da un lato ribadiscono la centralità di Piacenza nella geografia della resistenza sociale in questo paese, e dall’altro sottolineano due elementi centrali su cui occorre riflettere. Nel caso di Fercam, la necessità di coordinare la solidarietà di classe sul piano nazionale. Nel caso di Tigotà, la necessità di prendere atto di come la metropoli padana viva di nodi interconnessi che è possibile mettere in crisi ponendosi sul piano di un conflitto che è al contempo operaio ma anche metropolitano (per quanto si tratti di una metropoli “sui generis”) a partire dalle pratiche: blocco ai cancelli, blocco alle arterie di comunicazione e trasporto.

Focolai, certo, ma non scontati se si pensa alla pressione e alle macchinazioni repressive di cui trattavamo in apertura dell’articolo che vorrebbero invece dividere e provincializzare -in modo da renderle più facilmente controllabili- le istanze di liberazione ed emancipazione. Dall’analisi di questa dinamica repressiva deriva la necessità di non farsi imbrigliare, di contrapporre allo scandalo che può provocare nell’opinione pubblica addomesticata ai media locali una minaccia repressiva la materialità della lotta e la sua messa in circolo su binari che trascendono i confini geografici fra territori plasmati da vent’anni di retorica securitaria, con o senza Lega nel municipio. Deriva la necessità di puntare alto: al potere economico vero, evidenziando come i patetici comitati di neofascisti e le loro recitine fatte di passeggiate per la sicurezza abbiano ben poca concretezza in confronto al piano su cui ci poniamo.

Focolai ancor più stimolanti se osservati in controluce da un’angolazione che includa le masse certo spurie ma oggettivamente catalizzanti dei Fridays For Future (in cui non a caso si cerca di intimidire chi porta contenuti antisistema e NoTav…), per non dire delle vibrazioni che arrivano da un territorio partenopeo che si è ripresentato ai cancelli di FCA dopo l’ennesimo morto sul lavoro e di una Genova che fra portuali e vertenza New Gel sembra virare sempre più sulla pista del sindacalismo conflittuale.

Ottobre a Piacenza: quel che non può la miseria della fase può il coraggio della classe 1

Il corteo piacentino dei FFF

Nessuna illusione, si tratta appunto di focolai. Ma, dopo un lustro disorientamento in cu si sembrava condannati a una dittatura distopica a suon di twitter sulle ONG, possiamo forse dire che il coraggio della classe sta superando in slancio la paura e l’atrofia di quel ceto politico di sinistra che aveva battuto in gran ritirata privo di bussola e di argomenti dopo l’esclusione dalle istituzioni che contano.

Non un passo indietro dunque, nemmeno per prendere la rincorsa!

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