Dai primi giorni della pandemia è risultato chiaro che le conseguenze sul mondo del lavoro sarebbero state disastrose. In primo luogo perché la totale scelleratezza delle leghe padronali nei luoghi maggiormente colpiti del Nord Italia ha reso i lavoratori e le lavoratrici carne da macello.

Il governo, infatti, ha preso provvedimenti riguardo le attività produttive (Dpcm del 22 marzo), solo un mese dopo lo scoppio della pandemia: un clamoroso ritardo, considerando i ritmi frenetici del contagio. Inoltre, il Dpcm è stato disposto solo in seguito a numerosi scioperi a macchia di leopardo durante la settimana dell’8 marzo, poi confluiti in un’iniziativa nazionale dei sindacati di base fra 16 e 18 marzo, messi in atto con un’unica parola d’ordine da parte dei lavoratori: “la nostra salute vale più del vostro profitto”.

Oltre al ritardo del provvedimento, occorre sottolinearne i forti limiti, in quanto non c’è mai stata una reale interruzione della produzione, ma soltanto un leggero rallentamento. Non dobbiamo dimenticare che, nel bel mezzo dei momenti più terribili della pandemia, ancora milioni di lavoratori si recavano fisicamente al lavoro in settori non fondamentali. Uno degli elementi a determinare questa situazione è stato il convergere degli interessi di padroni e sindacati confederali (CIGL, CISL, UIL). Questi ultimi, in un primo momento, si sono trovati a dover rincorrere la spinta operaia dando copertura agli scioperi e all’assenteismo che stavano dilagando nelle fabbriche. Successivamente, sono tornati a tutelare, con la scusa della tenuta dell’economia, i profitti delle aziende, che a tutti i costi dovevano continuare a produrre. I confederali, in sostanza, pur di mantenere il potere che loro deriva dal riconoscimento delle organizzazioni padronali, hanno sposato la chiara direzione antioperaia di Confindustria. Occorre puntualizzare, infatti, che solo i sindacati confederali possono partecipare ai tavoli istituzionali con le aziende, escludendo così i sindacati di base che in molte aziende (soprattutto nella logistica) hanno un’adesione operaia schiacciante, rendendo perciò la rappresentazione degli interessi degli operai nei tavoli istituzionali fortemente distorta.

Le imprese, inoltre, per tutto il mese di aprile sono state totalmente libere di decidere quanto fosse “necessario” il loro funzionamento: ogni imprenditore ha avuto grossi margini discrezionali nel decidere se la sua attività produttiva rientrasse o meno nelle filiere essenziali e fare domanda alla Prefettura. Nel frattempo molti sono potuti tornare alla produzione a pieno regime tramite il silenzio-assenso, ovvero il meccanismo tramite cui, nell’attesa che vengano fatti i controlli, le aziende possono comunque ripartire con la produzione. Il governo assicurava controlli, ma solo una piccola percentuale delle autocertificazioni prodotte è stata controllata.

Non è finita qui: non solo non si è mai interrotta la produzione non necessaria ma, a un mese dal Dpcm del 22 marzo, verso il 24 aprile, già ci si preparava alla Fase 2: il ritorno a pieno regime produttivo. Vengono teoricamente garantite la sanificazione degli ambienti e altre tutele sanitarie, ma in pratica non vi sono controlli. Molti lavoratori sono costretti a tornare al lavoro senza la minima tutela e informazione. Quella che Conte chiama “convivenza con il virus” è una convivenza forzata dei lavoratori con il virus, verso una direzione ben chiara: i profitti di pochi.

Tutto questo mentre ancora ogni giorno muoiono centinaia di persone e, in alcuni luoghi, come Milano e altre città lombarde, le morti e i contagi non accennano a diminuire.
A fronte di queste considerazioni, che rappresentano solo una parte delle responsabilità che hanno avuto le leghe padronali (per citarne alcune: CONFINDUSTRIA, FEDIT, CONFETRA, FERCAM, ANITA), il Governo e i principali partiti del paese (abbiamo visto e documentato le dichiarazioni totalmente sprezzanti della salute pubblica e dei lavoratori fatte da Lega, Fratelli d’Italia, Movimento 5 Stelle, Partito Democratico) nel non aver garantito condizioni minime di sicurezza fuori e dentro i luoghi di lavoro, è il caso di cominciare a chiamare ciò che è avvenuto nelle regioni del Nord-Italia con il suo nome: strage di Stato.

Non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità è ciò che ha permesso alle leghe padronali e ai partiti di avere in mano la vita di tutto il paese, offrendo fame e miseria come unica garanzia per molte persone sia prima che durante la pandemia. La domanda che dobbiamo porci è a chi vogliamo mettere in mano la nostra vita dopo questa pandemia, e cominciare a costruire una risposta che finalmente metta la vita delle persone davanti ai profitti di pochi.

ControTendenza Piacenza

CSA Magazzino47

CSA DORDONI

MovimentoPavia

Barrio Campagnola

 

🛠🛠🛠NON VOGLIAMO TORNARE ALLA NORMALITA' IN CUI CHI LAVORA VIENE SACRIFICAT* PER IL PROFITTO!Dai primi giorni della…

Posted by ControTendenza Piacenza on Monday, May 11, 2020

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