Mustang: uscire dalla prigione del patriarcato 1

Per la costruzione del percorso verso l’8 marzo, ieri 14/2/20 abbiamo proiettato “Mustang”, un film che mostra alcune delle innumerevoli forme di oppressione patriarcale, che riguardano miliardi di donne in tutto il globo. È il film di debutto della regista Deniz Gamze Ergüven, francese di origini turche. Ecco alcune riflessioni sul film che possono ampliare il discorso sulla violenza di genere.

Ergüven ha spiegato in un’intervista che era sua intenzione dare alla storia uno stile sottilmente fiabesco. Nel processo di scrittura, infatti, ha voluto visualizzare le sorelle quasi come una creatura mitologica a cinque teste, ognuna con una lunga chioma, libera di agitarsi nell’aria, proprio come la criniera di un cavallo che vive in libertà, la criniera di un mustang.

Il tema trattato, già in sè drammatico, richiedeva una restituzione che non fosse quella di un cupo realismo, ma che facesse risuonare l’universo giovane e giocoso delle cinque protagoniste.

Ed è proprio in questo universo leggero che le dinamiche patriarcali emergono. Non sono un fatto estraneo alla realtà, né un incubo: irrompono nel quotidiano a freddo, sferrando un colpo più duro dell’altro. Conosciamo bene la violenza di questa irruzione, o il soffocamento che genera. E il problema è proprio il fatto che conosciamo tutto ciò, in quanto è una fetta della nostra realtà, uno stato di cose che vuole imporsi costantemente nel nostro vissuto. Non solo con la violenza, ma anche attraverso la costrizione a una passività che ci impone l’incapacità di invertire il corso delle cose.

Il piccolo scandalo che finisce per trasformare la storia in tragedia, ovvero le ragazze viste giocare in compagnia dei maschi, è tratto da una memoria d’infanzia della regista, ovvero un fatto analogo che l’aveva particolarmente segnata. Ne parla come l’episodio più emblematico, ma è in realtà solo uno tra i tanti esempi di controllo sui corpi delle donne di cui Ergüven, come tutte noi, ha avuto esperienza. Anche la scena in cui Selma è portata in ospedale durante la sua prima notte di nozze, richiama un fatto frequente in Turchia, ovvero il controllo della verginità della sposa da parte della famiglia dello sposo. In Turchia c’è un certo modo di essere donna: devi essere madre e stare a casa, riporta Ergüven. Quando vedi un uomo devi arrossire e abbassare lo sguardo. La donna è un oggetto sessuale e in quanto tale deve coprirsi, adattarsi alla forma di merce di scambio, rientrare in modelli di azione e parola socialmente accettabili, e non uscire da questi binari.

Ergüven parla però della Turchia anche come di un paese eterogeneo, nella composizione come negli orientamenti. In questa eterogeneità le pratiche e gli stili di vita più moderni hanno goduto di una relativa libertà di espressione fino ai primissimi anni duemila. Con la nomina di Erdogan nel 2003 come primo ministro, lui e il suo partito conservatore AKP hanno guadagnato sempre più influenza nel paese. Il nuovo millennio ha visto così una polarizzazione crescente degli orientamenti e un’egemonia sempre maggiore delle tendenze conservatrici alimentate da Erdogan. Parliamo di un dittatore il quale alimenta costantemente, nei discorsi come nei fatti, un’idea passiva e sottomessa della donna. Indisturbato ne incrementa la fragilità, sia in forma esplicita che subliminale, mentre nel frattempo sfrutta il machismo ideologico che permea la Turchia per invadere i territori liberati dalla rivoluzione curda e uccidere migliaia e migliaia di civili, anche utilizzando armi vietate dalle convenzioni di guerra come quelle al fosforo bianco. Come vediamo, quindi, la condizione della donna non è mai isolata rispetto alle condizioni degli altri soggetti sociali: il livello di sottomissione della donna è indicativo delle condizioni dell’intera società.

La situazione delle donne in Turchia ha certo le sue specificità, che possono sembrarci, a tratti, lontane, ma non va dimenticato che la violenza patriarcale è un fenomeno trasversale che, in forme diverse, riguarda tutte le donne, anche quelle del cosiddetto occidente progressista. Ergüven stessa si è detta colpita da alcune reazioni di persone occidentali al film, che vittimizzavano la storia delle cinque sorelle e si dicevano sollevate di “non vivere in un paese come la Turchia”. Queste impressioni esotiche non sono che mera ignoranza, come se in Italia – prendendo un esempio che ci riguarda più da vicino – essere donna non fosse condizione sufficiente per essere uccisa (due settimane fa si registravano sette femminicidi in sette giorni, mentre il bilancio continua a crescere). O, più banalmente, come se essere donna non fosse sufficiente per vedere la propria dignità calpesta ogni giorno, anche se con modalità diverse.

Per fortuna nella conclusione Ergüven ci dà un po’ di respiro: grazie alla tenacia di Lale ci mostra come c’è sempre, anche nelle situazioni più drammatiche, la possibilità per le donne di autodeterminarsi e decidere il proprio futuro. Occorre uscire da ogni vittimismo: la nostra condizione in quanto donne dipende certo dal contesto patriarcale in cui ci troviamo, ma le nostre possibilità di emancipazione dipendono unicamente da noi stesse.

Vi ricordiamo il corteo femminista a Piacenza: ci vediamo l’8 MARZO alle ORE 16 davanti al RESPIGHI per lottare insieme!

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