Marchionne è stato un uomo che, consapevolmente, ha perseguito il male per tanti in nome del bene per pochissimi. Non ci sarebbe davvero nulla da aggiungere a questa corretta e sobria definizione, ma le schifose leccate dei media fra ieri e oggi, fanno venire noatalgia dei tempi in cui non solo individui come Marchionne non si sarebbero potuti permettere di fare ciò che lui ha fatto, ma anche di quando il giornalismo aveva maggiore dignità e non si limitava ad essere leccapiedi del potere.

Chi in queste ore ne tesse le lodi per meriti manageriali fa bene: al manager è richiesta la massimizzazione dei profitti della proprietà con qualsiasi mezzo. Ma chi lo fa si mette in linea con il suo aver voluto perseguire il male per i tanti, sapendo di farlo. Non vi è quindi nulla di meritevole nell’essere stato un eccellente manager da parte di Marchionne, un ottimo maggiordomo degli Agnelli con il sogno di portarsi al loro livello (cosa in parte riuscitagli con il riassetto del gruppo, tramite il quale si era intestato parte consistenti della proprietà) nella più classica epica del self-made-man.

Chi ne loda la capacità di salvare la FIAT. Lasciamo perdere, non sa di cosa parla. Ricordiamogli che Marchionne, al contrario, è stato proprio quello che la ha traghettata ad essere qualcos’altro, via dall’Italia (con i nostri soldi, miliardi su miliardi), a pagar tasse in Olanda e che ha ridotto da 120.000 a 29.000 gli impiegati. L’interesse del padrone non è mai quello degli operai che lavorano in azienda, e chi –poveraccio- predica il contrario sperando in qualche sgocciolamento di ricchezza dall’alto verso il basso o è così ignorante da non aver visto la storia recente di questo paese o è così distante dalla realtà materiale della grandissima maggioranza della società che la sua opinione ci è semplicemente inutile.

Chi si appella alla necessità di non esultare per il suo male, ha ragione in vaga linea di principio. Noi non dovremmo essere come loro, siamo meglio no? E poi morto un padrone se ne fa un altro. Ma sinceramente come possiamo giudicare chi esulta? Se si conosce la dolorosa striscia di dolore e sangue che Marchionne ha portato in Italia con il suo ruolo, risulta più che comprensibile se chi l’ha subita ora stia stappando spumante.

«Non si può continuare a vivere per anni sul ciglio del burrone dei licenziamenti», diceva Maria, operaia Fiat che si è tolta la vita, una delle troppe vittime di chi ha lucrato negando diritti basilari, ridimensionando e delocalizzando.

E ancora il reparto “confino” di Nola di Pomigliano e i licenziamenti politici. Come rilevato anni fa dall’osservatorio Repressione, «C’è un filo tra le “controriforme” FIAT, il controllo sociale crescente e quello che è avvenuto a Piacenza nella logistica: è un processo di costruzione di democrazia autoritaria». Un processo che ha visto in Marchionne l’uomo simbolo dal punto di vista datoriale e in Renzi e Minniti (che oggi hanno degni eredi in Salvini, e non a caso piangono Marchionne) il riassunto politico.

Ma come al solito, personalizzare è un errore. Non è stata solo colpa di Marchionne. Era colpa sua certo, ma grazie all’aiuto attivo di una politica prona (da Berlusconi al PD), di un sindacato complice (nelle persone degli allora segretari CGIL CISL UIL Epifani, Bonanni e Angeletti, tutti rigorosamente contrari alla pallida resistenza della FIOM al referendum e tutti poi riciclati in politica, chi come segretario nazionale del PD, chi come parlamentare del Berlusca), di media scandalosi quali quelli che ai tempi lo aiutarono nella sua guerra di classe e oggi ne tessono le lodi.

Marchionne: sicuramente non ti piangeremo, come manager e come essere umano. Dovremo però approntare gli strumenti per riuscire a contrastare quelli della tua risma nella dimensione globale e autoritaria, compiutamente post-democratica, in cui hai traslato lo scontro, e che fino ad oggi ti ha visto prevalere su di noi. Lascia (e forse muore) un nemico, ma la guerra di classe prosegue.

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