Che il DL Salvini fosse un attacco brutale ai diritti civili, politici e sociali era chiaro fin dal suo annuncio. La condizione dei migranti, dei richiedenti asilo e di tutti i lavoratori immigrati viene colpita. Se per i primi si tratta di una schifosa messa in atto di misure spot volte a soddisfare gli appetiti razzisti dell’elettorato addestrato, per i secondi si tratta invece di una misura calcolata alla perfezione come contromisura al ciclo di lotte che da dieci anni scuote lo stivale partendo dai magazzini sotto le insegne del S.I.Cobas. Che sia calibrato su quello straordinario movimento, capace di rendere protagonisti i soggetti storicamente considerati deboli e pertanto incapaci di difendersi, è evidente: si punisce con il carcere fino a 12 anni il blocco stradale, unica forma di lotta rivelatasi efficace in questo mondo di flussi e commercio just in time.

Non è un caso che proprio il S.I.Cobas e la galassia dell’autonomia (ma anche altre sigle di base meno addentro al movimento della logistica ma attente ai suoi sviluppi) avessero centrato proprio sul DL Salvini il loro tradizionale corteo ottobrino a Roma. A questo era seguito un momento di sciopero diffuso sui territori lunedì 26 novembre, che anche a Piacenza abbiamo contribuito ad animare sotto la prefettura, rompendo quel “divieto di manifestazione in centro” che la questura aveva imposto dopo la grande giornata del 10 febbraio.

Proprio in quell’occasione avevamo fatto conoscenza della nascente vertenzaItalpizza”, grosso stabilimento alimentare in provincia di Modena che vedeva la solita trafila di ingiustizie che ben conosciamo nel piacentino. Contratti irregolari e non rispettati, vessazioni quotidiane, immediato licenziamento quando le operaie si iscrivono al S.I.Cobas.

Ciò che ne è seguito, se siete connessi ai movimenti sociali, lo avrete visto sui nostri profili facebook: picchetti, blocchi, sgomberi della polizia, lacrimogeni, botte, denunce (per una breve e non esaustiva carrellata guardare il video qui sotto. C’è un fattore importante da sottolineare: nel frattempo, il DL Salvini era stato approvato. E allora, occorre sottolinearlo, le chiacchiere stanno a zero.

Esattamente come in Francia per i “gillet gialli”, solo la lotta paga. La lotta quella vera, non la sua messa in scena. Arrecare danno, rendere ingovernabile la situazione. Il DL Salvini è stato – letteralmente – sabotato da queste operaie e operai. Sia con il coraggio di prendersi i gas nella classica forma dei picchetti che con forme più creative e comunicative, ma egualmente concrete.


E’ un dato di fatto (e i fatti, diceva Lenin, hanno la testa dura…): la prima sconfitta concreta del DL Salvini arriva da operaie e operai, molti e molte delle quali immigrati, organizzati in un sindacato di base non firmatario di alcun contratto nazionale. Messaggio chiaro a chi vuole opporsi all’andazzo delle cose e indicazione limpida per il futuro.

E così, dopo due settimane di botte e resistenza, ecco che ancora una volta gli ultimi e le ultime hanno ottenuto quello che volevano. Autorganizzandosi, senza bisogno di quell’approccio compassionevole verso il “povero immigrato” che caratterizza una sinistra umanitarista sconfitta dalla storia e devastata da Salvini (che anzi ha avuto gioco facile proprio a causa del messaggio sbagliato che essa trasmette, profondamente infuso di una mentalità colonialista per cui se una persona non parla bene la lingua o ha la pelle scura debba per forza essere un minus-habens incapace di prendere in mano la propria vita). Certo: ci sono stati i collettivi solidali e ci sono stati gli operatori sindacali del S.I.Cobas, ,ma gli uni e gli altri sono interamente formatisi all’interno di quella composizione di classe. Chi andava alle trattative in molti casi era esso stesso operaio e immigrato. Ciò indica chiaramente che il blocco sociale va consolidandosi, che ormai la scoria della “rappresentanza” di sinistra (sia essa politica o sindacale) cui guardano alcuni progetti e che cercano di intestarsi alcune sigle sindacali (USB è l’esempio più lampante) è qualcosa che non solo “differisce un po’ ”, ma proprio attiene a un altro campo da gioco di cui questo blocco sociale non ha più bisogno.

Una bella vittoria, un precedente importante, e una festa che per queste ragazze è appena cominciata. Sentite la loro gioia, e capite perché per noi vale la pena crederci anche e soprattutto in tempi bui come questi:

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