La manovra dei padroni 1

Dopo settimane di aspri scontri verbali tra il governo M5S-Lega e l’Unione Europea è arrivato il passo indietro dei difensori del popolo italiano e il definitivo accordo per la legge di bilancio del prossimo triennio.

I punti caldi del DEF stilato da Di Maio e Salvini sono il tanto sbandierato reddito di cittadinanza e la riforma pensionistica della “quota 100”, cavalli di battaglia rispettivamente del M5S e della Lega.

Nel primo testo inviato a Bruxelles già si evinceva la vera natura di questa “manovra del popolo”, che altro non fa che fornire una minima sussistenza per pochi (sotto condizioni assolutamente costrittive), tagliando servizi pubblici e attaccando le classi sociali più deboli, in quella che è una piena continuità con i governi precedenti. Nel tentativo di portare la soglia del deficit al 2%, la manovra è stata riformulata negli ultimi giorni, con il recupero di ulteriori 10 miliardi di euro provenienti dalla proroga del reddito di cittadinanza e della riforma delle pensioni ad aprile 2019 e da alcune coperture aggiuntive, tra cui:

  • Blocco delle assunzioni a tempo indeterminato nella pubblica amministrazione fino a novembre 2019.
  • Congelamento di 2 miliardi di euro destinati alla spesa pubblica, sbloccabili soltanto nel caso in cui l’andamento risulti coerente con le previsioni (improbabile a detta di molti tecnici).
  • Taglio di 600 milioni per investimenti destinati alle Ferrovie dello Stato nell’ambito della manutenzione della rete ferroviaria esistente.
  • Ricavo di 1 miliardo dalla messa in vendita di beni del patrimonio pubblico, da aggiungersi ai 18 miliardi già previsti nella prima stesura della manovra.

A questo si aggiunge una clausola di salvaguardia, che prevede tagli al welfare e aumento dell’IVA nel corso del 2019, nel caso in cui le previsioni non vengano rispettate. Proprio riguardo l’IVA, che Di Maio ha affermato di aver bloccato per il prossimo anno, secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio si arriverà ad un deficit del 3% senza un suo aumento (Il Sole 24 Ore, 21 dicembre), per cui ci sembra improbabile anche la previsione del vicepremier.

La manovra del governo M5S-Lega ha come risultato, quindi, un falso tamponamento del malessere sociale, con misure che verranno pagate dall’intera classe lavoratrice. I maggiori vantaggi li avranno le piccole-medie imprese, mentre alle grandi non viene tolto niente neanche in termini fiscali. Resta ancora ignoto il numero di persone in condizioni di povertà che beneficerà del reddito, dal momento che i circa 7 miliardi stanziati non riescono a coprire completamente i 5 milioni di poveri individuati dal governo pentastellato, ma una quota estremamente inferiore anche contando il sussidio intorno ai 500 euro mensili (ben diversi dagli 800 e più promesso in questi mesi). Oltretutto, il ricatto che c’è dietro l’assegnazione di tale reddito è evidente, dal momento che vi è l’obbligo di lavorare per 8 ore settimanali gratuitamente per la pubblica utilità e si ha la perdita del reddito nel caso in cui si rifiutino tre offerte di lavoro proposte dai centri dell’impiego o nel caso in cui si receda senza giusta causa dal contratto di lavoro per due volte nel corso dell’anno solare. Una sorta di sussidio statale, più largo ma non troppo diverso dal REI, a cui si accompagna una forte politica di controllo sociale.

Per quanto riguarda la riforma delle pensioni, questa non avrà un vantaggio per chi lavora al minimo stipendio, dal momento che sono previste penalizzazioni che vanno dal 5% al 34% per chi andrà in pensione entro la nuova quota. Una forma di prepensionamento che non può essere accettata con gioia. Anche tale misura, quindi, risulta essere più vantaggiosa per chi ha stipendi medio-alti e, potendo permettersi alla rinuncia di una parte del proprio stipendio, potrà anticipare la propria pensione. Nessun beneficio, e un’altra forma di ricatto, per chi ha lavorato decenni e decenni sottopagato e sfruttato.

In generale questa legge di bilancio risulta essere ancora una volta un’arma nelle mani dei padroni, che servirà a ricattare i disoccupati più poveri, costringendoli ad accettare offerte di lavoro sfruttato e sottopagato pur di non perdere il reddito di cittadinanza, avvantaggerà ancor di più piccoli e medi imprenditori, per i quali sono previsti, inoltre, incentivi e sgravi fiscali. Il tutto abilmente mascherato dalla manovra per il popolo ma che, in continuità con i governi precedenti, continua a garantire ampie possibilità di guadagno al ceto medio e ai grandi imprenditori, costringendo il resto della popolazione agli stenti maturati in questi anni di crisi e di austerity.

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