In morte di un operaio 1

La cronaca dei fatti relativi all’omicidio di Abd Elsalam è nota. Per sviluppare delle analisi mi affido quindi alle parole di tre siti gestiti da compagni con cui, sia come NAP che come S.I.Cobas, abbiamo da anni una collaborazione e un’interlocuzione stabile.

Partiamo da CLASH CITY WORKERS:
Ieri, Sabato 17, a Piacenza, eravamo almeno in 3000 a ricordare Abd Elsalam. Più del doppio dei numeri annunciati il giorno prima dai giornali, che riprendevano le comunicazioni della questura.

Gli stessi giornali invitavano gli abitanti e i commercianti del centro città a chiudere case e negozi, annunciando pericoli senza alcun fondamento, come ha dimostrato la manifestazione: determinata, decisa ma composta. Puro terrorismo psicologico finalizzato a isolare un corteo che si è snodato per le vie blindate di una città semi-deserta e che è stato clamorosamente oscurato dai media: pochi articoli in alcuni giornali locali e nell’edizione locale di Repubblica, che minimizzavano la partecipazione e millantavano scontri mai avvenuti. Non solo omissioni e mezze verità, ma anche vere e proprie falsità quelle usate dai giornali per nascondere la reazione di rabbia e solidarietà che ha suscitato il tragico avvenimento di Giovedì notte. L’unico telegiornale che ha dato un po’ di spazio alla giornata di ieri è stato il TG3, che ne ha fornito una cronaca fedele all’interno di un servizio dedicato alle due drammatiche morti bianche avvenute all’Ilva e all’ATAC.

Se degli operai, quindi, si può parlare – e se ne deve parlare, perchè si tratta della vita di decine di milioni di abitanti del paese -, lo si deve fare presentandoli come vittime di tragedie e mai come possibili protagonisti del proprio destino. Per questo la morte di Abd Elsalam è stata immediatamente oggetto di un revisionismo sfacciato, per questo la procura ha agito sin da subito perchè quanto accaduto potesse essere spacciato per un incidente, addirittura un banale incidente stradale! Quando mai si è visto un pubblico ministero chiudere le indagini in meno di due ore e avanzare la tesi più garantista possibile verso il proprio accusato?

La questione, chiaramente, non è quella della responsabilità giuridica del singolo – o almeno non primariamente. La questione centrale è che in questo modo si oscurano le dinamiche politiche e sociali che ci hanno portato a questa tragedia e che non hanno niente di accidentale. Sono quelle che hanno lasciato mano sempre più libera ai padroni nel trattare i propri dipendenti come merci da smistare. Sono i governi antioperai, sono gli opportunismi sindacali, è la spietata concorrenza internazionale dei capitali che si accompagna alle leggi che ci dividono lungo confini nazionali sempre più militarizzati: è tutto questo che fa sì che i padroni non sopportino e non contemplino nemmeno l’idea che qualcuno possa alzare la testa e protestare, facendolo davvero, colpendo i loro profitti. Per loro dovremmo morire in silenzio, ottenendo al massimo una notizia in seconda o terza pagina.

Per questo la morte di Abd Elsalam non è una morte come le altre e per questo bisognava spacciarla come tale. Perchè c’era in nuce quel protagonismo operaio a cui spesso ci hanno abitutato le lotte della logistica, quel protagonismo che può invertire la rotta che ci ha portato fino a questo punto e che va quindi nascosto e ostacolato. Lo si fa parlando di incidente o anche buttandola sulla guerra tra poveri, come se la concorrenza tra lavoratori e le divisioni che lacerano il corpo della nostra classe non fossero uno strumento dell’interesse padronale, fomentato e montato ad arte dai padroni stessi. Le catene di subappalti, l’intermediazioe di manodopera, il caporalato, i finti padroncini, le finte partite iva, le coop truffaldine, ecc., sono strumenti nelle mani dei padroni per dividere il fronte dei lavoratori. E il rimedio sta in quella lotta che portano avanti, tra gli altri, proprio sindacati di base come l’USB, a cui Abd era iscritto, e che secondo l’editoriale del Corriere della Sera sarebbero paradossalmente da annoverare tra le patologie infiltratesi nel settore al pari dei fenomeni mafiosi di cui sopra.

Per questo probabilmente, intervistati in lacrime durante il corteo dalle telecamere del TG3, la moglie e il fratello di Abd ripetevano che l’unica cosa che conta ora per loro è che emerga la verità.

Perché davvero la verità è rivoluzionaria. Non solo la verità che fa emergere i fatti facendosi strada tra le menzogne della propaganda giornalistica, ma anche quella che sa guardare oltre le apparenze, oltre le divisioni di cui approfitta chi ci vuole sottomessi e in lotta tra noi per le poche briciole che ci concede.

Proseguiamo con MILITANT:

Tre sono gli spunti decisivi che ci lascia la manifestazione di Piacenza, utili per capire qualcosa nel mondo della sinistra e in vista degli appuntamenti dell’autunno. Il primo, la sua composizione di classe: è stato il corteo operaio più importante e combattivo da molti anni a questa parte. Raramente si è vista una mobilitazione così “omogenea” dal punto di vista sociale, una manifestazione di classe, del mondo del lavoro dipendente subordinato del settore della logistica ma, ovviamente, non solo di quello. Tra le 5.000 e le 10.000 persone, gran parte provenienti dal mondo della logistica, e soprattutto gran parte migranti. Una composizione che non ha atteso direttive, rappresentanze o chiamate altrui, ma che si è presa la scena con un protagonismo sociale e politico davvero in controtendenza coi tempi. Sono i migranti i veri protagonisti della manifestazione così come, da molti anni, delle lotte nella logistica. Migranti che hanno continuamente preso la parola dal camion, che hanno espresso quella combattività e quella disponibilità alla lotta che evidentemente manca altrove. Se c’era un posto e un momento dove capire questa potenzialità sociale inespressa, questo era il corteo di ieri. Se la sinistra di classe ha un futuro, questo parte da Piacenza, inteso non (solo) come momento di rabbia per la morte di un operaio, ma come luogo in cui per una volta si è ricomposto politicamente quel pezzo di classe centrale nei settori più avanzati dell’accumulazione capitalistica nel nostro paese.
Il secondo spunto, che rileva lo spirito dei tempi, è l’ordinanza di chiusura delle attività cittadine proclamata durante la manifestazione dal Pd in accordo coi commercianti. La morte di un operaio durante una manifestazione, che un tempo avrebbe stimolato solidarietà pelose da parte di tutto il mondo della politica, persino di destra, oggi genera solo indifferenza e (neanche troppo) celato fastidio. Il Pd cittadino obbliga alla serrata delle attività, senza alcuno scopo né obiettivo che quello di chiudere la città al corteo, di estraniare il tessuto cittadino da quelli che sono i suoi abitanti più sfruttati, quegli operai che vivono e lavorano a Piacenza ma che evidentemente non devono avere la possibilità di far ascoltare le proprie ragioni al resto della città e della cittadinanza. Paradossalmente, persino Matteo Renzi aveva espresso solidarietà affermando che “nessuno può morire manifestando”, nel silenzio generale del Pd nonché di tutto il resto del mondo intellettuale che pretende di interpretare o addirittura rappresentare i nuovi fenomeni sociali. Chiarendo, una volta per tutte, che il Pd non è composto da un corpo genuino e da una dirigenza politicamente corrotta: è tutto il partito, dal primo degli eletti all’ultimo dei cuochi delle feste dell’Unità, a puzzare di merda, ad essere – socialmente e politicamente – nemico.
Il terzo spunto è l’assenza del movimento. E’ stato, purtroppo, un corteo (quasi) esclusivamente sindacale, e questo è stato il vero limite manifestato a Piacenza ma che già si percepiva da giovedì. Gli operai, mai come in questi anni, sono soli, senza sostegno né possibile rappresentanza politica. Oltre a Usb, SiCobas e agli altri sindacati conflittuali presenti nelle lotte della logistica – per una volta, rileviamo, uniti nella protesta oltre le legittime divisioni sindacali e vertenziali – i compagni presenti dal resto d’Italia si contavano sulle dita di una mano. Oltre alla residualità partitica, pochissime erano le situazioni di movimento presenti. Verrebbe la voglia di elencarle e ringraziarle, e questo la dice davvero lunga sulle capacità di una sinistra di classe di “capire il momento”, cogliere un evento simbolico come pochi altri (la morte di un operaio durante la lotta), sottraendolo alle logiche esclusivamente sindacali, generalizzando quella protesta che, altrimenti, è già scomparsa dai media e dall’interesse della popolazione. Senza questo “passaggio di consegne”, il sindacato da solo è largamente insufficiente a rappresentare e organizzare una rabbia sociale che deve divenire politica, deve trovare uno sbocco politico in grado di dargli prospettiva. Purtroppo, abbiamo capito che molto difficilmente sarà così: già oggi la notizia è scomparsa da ogni media, e da domani tutto tornerà come prima, con gli operai (e i sindacati conflittuali) lasciati soli nelle loro lotte vertenziali. In compenso, grandi dispute su facebook e twitter illuminavano sulle strade giuste da seguire, iniziavano la critica senza sconti a chi manifestava (cioè, per il 95%, operai migranti), consigliavano sui processi delle lotte, si chiedevano perché non ci fosse il fuoco nelle strade né qualche morto padronale in arrivo, sentenziavano sul carattere “riformista”, “massimalista”, “rinunciatario”, “debole” eccetera della mobilitazione operaia, si accaloravano sul “fare come in Francia”, “fare come in Grecia”, “fare come in Spagna”, “fare come in Kurdistan”, “fare come in Turchia”. Un chiacchiericcio di sottofondo che descrive bene la sinistra italiana del XXI secolo, la sinistra social.

E terminiamo con la preziosa indicazione di prospettiva di INFOAUT:

L’assassinio di Abd Elsalam si colloca in una fase importante per le lotte nel settore e non solo. Si va infatti verso un autunno in cui il conflitto contro il governo Renzi vedrà anche nel protagonismo operaio uno dei vettori cruciali per costruire l’opposizione sociale. I numeri di oggi dicono che le potenzialità e la rabbia sono intatte e accresciute, invece che paura l’omicidio di Piacenza infonde ulteriore determinazione. Tuttavia certamente la prova di unità in piazza oggi non basta. La risposta a quanto avvenuto a Piacenza dovrà ancora far sentire la propria eco a lungo. Le iniziative di questi giorni, a parte singoli momenti di scontro come quello di due giorni fa a Bologna, non sono infatti certamente sufficienti rispetto alla gravità di quanto accaduto. Dal punto di vista dei lavoratori della logistica i rapporti di forza vanno rovesciati a favore degli interessi di classe così come da sempre il movimento operaio della logistica ha determinato. Da qui bisognerà ricominciare. Contro i crumiri, i padroni e il capitale.

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