Il personale è politico 1

Il personale è politico.

Quante volte ci siamo imbattute in questa frase? Magari qualcuno la sente per la prima volta, eppure l’impatto forte di questa affermazione arriva a tutti. 

Cosa vuol dire e perché è stata una frase tanto importante per le femministe degli anni ’70, tanto da essere presa come slogan, come nodo cruciale della lotta femminista?

Un’affermazione che ha il sapore di rivendicazione. Il personale è politico. Il personale deve necessariamente essere politico. Tutto ciò che viviamo quotidianamente, che circoscriviamo nelle quattro mura del privato, nel recinto del personale, non può che avere un significato politico.


E che senso ha oggi per noi questa frase?


Per capirlo, dobbiamo fare qualche passo indietro e arrivare agli anni ’60, quando nasceva il Movimento per i diritti civili degli afroamericani con le prime azioni di resistenza e disobbedienza civile. Un movimento da cui il femminismo avrebbe ripreso la pratica dell’autoriflessione sulla propria condizione e la valorizzazione della propria identità. Di lì a poco e in tutti i Paesi occidentali, ulteriori spinte al cambiamento sarebbero arrivate dal Movimento studentesco, che si poneva come obiettivo quello di contestare svariati problemi  sociali e politici. Comune in entrambi i movimenti era l’idea che il privato fosse, in qualche modo, collegato a fenomeni di più ampia portata, afferenti alla sfera pubblica. Così, recitava, per esempio, un manifesto studentesco: “è tempo di riaffermare il personale. Un movimento sociale deve dare forma a sentimenti di impotenza e indifferenza in modo che le persone possano vedere le origini politiche, sociali ed economiche dei loro problemi privati organizzarsi per cambiare la società.”//


Nel 1963 la femminista Betty Friedan, dopo aver intervistato numerose casalinghe, sottolineò l’esistenza di un “problema senza nome”: le donne si sentivano infelici nel loro ruolo di mogli e madri e la loro insoddisfazione veniva trattata erroneamente come un problema personale sia da loro stesse che dai medici. Secondo Friedan, l’unico modo per risolverlo invece sarebbe stato trovare la giusta causa di questo malessere, che andava cercata nella posizione che le donne occupavano nella società.


Dopo aver militato nei movimenti studenteschi, sempre più donne avvertirono chiaramente la necessità di unirsi e di riflettere sulla propria condizione: alle femministe degli anni Settanta va il merito di aver formulato lo slogan “Il personale è politico”, di averlo fatto entrare nel lessico comune e di averlo reso un nodo cruciale del movimento.


La maternità del motto viene data, da alcuni, a Carol Hanisch, la stessa che difendeva i gruppi di autocoscienza, nei quali le donne si riunivano per discutere dei propri problemi e delle proprie esperienze personali, dall’accusa di essere niente di più che sedute di terapia. Hanisch affermava:

“la terapia presuppone che qualcuno sia malato e che esista una cura, una soluzione personale. […] queste sedute analitiche sono invece una forma di azione politica. […] è politico dire le cose così come sono, dire quello che penso veramente della mia vita invece di quello che mi è stato sempre detto di dire.”

 

Nei gruppi di autocoscienza, in pratica, le donne stavano scoprendo un mezzo per politicizzare la comprensione di quello che sperimentavano quotidianamente e che erano abituate a nascondere e a pensare come strettamente privato. “Il personale è politico” stava diventando un metodo e una rivendicazione.

Durante una delle assemblee, una femminista disse “poiché abbiamo vissuto così intimamente con i nostri oppressori, in isolamento le une dalle altre, ci è stato impedito di vedere la nostra sofferenza personale come una condizione politica. ciò crea l’impressione che il rapporto di una donna con un uomo sia una questione di interazione tra due personalità uniche e che può essere risolto nel privato. in realtà tutto va inscritto in una cornice più grande, e i conflitti tra singoli uomini e donne sono conflitti politici che possono essere risolti solo collettivamente”. /

 

La frase “Il personale è politico” voleva quindi dire:

1– riflettere sulla propria posizione di privilegio o di oppressione in un determinato contesto

2– capire in che modo questa posizione influenza le scelte, le sofferenze, i fallimenti nella vita di tutti i giorni

3– superare l’idea patriarcale dell’esistenza di due sfere separate: quella pubblica, del lavoro e della politica, dominata dagli uomini, e quella privata, della famiglia, della quotidianità, nella quale le donne sono  relegate e i loro problemi nascosti

4– se le norme e le pratiche sociali influenzano i problemi della sfera privata, allora affermare che il “personale è politico” vuol dire comprendere la necessità, per rimuovere questi problemi, di un’azione sociale e politica

5– credere, di conseguenza, che la politica possa essere indirizzata dalle singole esperienze di oppressione di coloro che fino ad adesso sono rimasti senza potere. /

 

Per capire ancora meglio il senso dell’affermazione “Il personale è politico”, facciamo un esempio pratico.

 

Quando abbiamo saputo che l’ennesimo femminicidio era avvenuto proprio qui, a pochi chilometri da dove ci troviamo ora, ci siamo domandate cosa avremmo potuto fare. Ci siamo sentite impotenti, come tutte le volte che leggiamo di casi di violenza di genere sui giornali. È una sensazione destabilizzante, annichilente, quella che provi quando i media ti raccontano come la vita di una donna sia potuta finire così, in malo modo, trattata alla stregua di un animale, per mano di un amico, di un amante, di un padre. 


Il rischio più grande è considerare questi fatti come degli episodi estremamente distanti dalle nostre vite. Probabilmente per un istinto di autodifesa, spesso cerchiamo di non farci coinvolgere emotivamente, di considerare tutto questo come di qualcosa totalmente estraneo alla nostra realtà, per evitare il rischio di doverci fermare a riflettere… e riconoscere tanti punti in comune.


La reazione opposta, altrettanto pericolosa, è di sentirsi vittime impotenti, senza alcuno strumento, senza nessun’arma per combattere questa guerra così capillare e costante.

L’ingiustizia ha un sapore amaro: te la senti in bocca e vorresti mandarla giù, ma se ci provi non ce la fai, perchè il groppo alla gola è troppo grande e lo stomaco è chiuso. E allora sputarla fuori è l’unico modo possibile. 


È questo che abbiamo provato quando abbiamo saputo della storia di Elisa. Abbiamo sentito il bisogno di trovarci, di parlare tra di noi, di dare forma e espressione alla rabbia viscerale che sentivamo dentro, con tutte le nostre paure e riflessioni.

Ci siamo chieste anche se qualcuno/a avrebbe trovato la nostra iniziativa di cattivo gusto. “e se la prendono come una strumentalizzazione?” ci siamo chieste. “eppure, abbiamo sempre fatto questo tipo di assemblee, che senso avrebbe non farla proprio ora? Ci sono tantissime persone, soprattutto giovani, che sentono il bisogno di parlarne”.

Non è facile rompere il silenzio. Uscire dall’isolamento. Rischiano di farti sentire in colpa se lo fai.

È una storia vecchia come il mondo.


E allora, a cosa serve parlarne se non a condividere il peso emotivo che sentiamo dentro?

A sciogliere il senso di impotenza e trasformarlo in possibilità di fare qualcosa.

Trovare collettivamente la forza interiore per avvertire nel profondo l’ingiustizia senza farsi schiacciare da questa, acquisire tutti gli strumenti necessari per analizzare gli atteggiamenti sessisti che viviamo ogni giorno, i commenti che subiamo quotidianamente, le relazioni tossiche in cui ci troviamo immerse.

Per comprendere che tutti i femminicidi e gli stupri che quasi ogni giorno succedono non possono essere appiattiti a fatti di cronaca, isolati, frutti di raptus, ma che esistono delle responsabilità culturali e politiche, che se non ci mettiamo in prima linea ad accendere un minimo di coscienza, se non ci organizziamo e non lottiamo tutte e tutti insieme, la prossima vittima sarà sempre più vicina.


È questo il senso di questa iniziativa, la sfida altissima ma fondamentale che un’assemblea femminista deve porsi.


E allora, affermare che il personale è politico vuole dire che, se una donna è vittima di violenza, sicuramente tale violenza è un attacco personale nei suoi confronti, ma è anche un attacco politico alla donna frutto di una società che educa gli individui al dominio maschile. Quindi, solo sovvertendo politicamente la società si può ridurre la possibilità che episodi simili si verifichino nel privato.


In un’ultima sintesi, lo scopo del motto femminista “Il personale è politico” è quello di ricordare di riportare il personale su un piano politico e rendere il politico uno strumento per cambiare il personale. Si tratta di un promemoria importante, che ci metterà a dura prova se lo prendiamo sul serio, che richiederà un grandissimo sforzo di auto-critica, fatica e impegno, perchè in gioco c’è il modo in cui dovremo vivere.

 

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