È di queste ore la polemica fra la USB e il S.I.Cobas

Proprio il S.I.Cobas ha pubblicato una registrazione che accusa il dirigente USB locale (nonché vecchia faccia di Rifondazione Comunista) Roberto Montanari di complicità con la questura per contrastare le lotte dei S.I.Cobas.

La registrazione, fatta da un iscritto USB poi passato ai SI Cobas, di fronte a tanto schifo, non lascia spazio a dubbi,  la potete ascoltare qui:

…in questura ci hanno detto, non c’è problema, perché la prossima volta, la prossima volta, succede…succedono due cose: uno, li mettiamo [i lavoratori iscritti al s.i.cobas, ndr] in galera. Due, li rimandiamo in Egitto, in Marocco, in Spagna…di dove cazzo sono. Cioè li rimandiamo a casa, se vengono a rompere i coglioni li rimandiamo a casa. Addirittura mi hanno detto in questura, facciamo come con gli ecuadoregni…c’è stato un tempo in cui si sono menati in fondo a via Roma, è finita a coltellate…il questore mi ha detto abbiamo fatto una cosa molto semplice: li abbiamo presi, non so se li hanno messi in galera, e gli hanno detto esattamente così: o voi la smettete o se no in galera e in Ecuador…si ritorna a casa. Vi rendiamo la vita impossibile. E la stessa cosa la facciamo con quelli lì. Questo è quello che mi hanno detto.

Ciò che ci ha colpiti maggiormente è come, a fronte delle parole sopra riportate, il Montanari e la USB nazionale – a questo punto complice – non si siano né scusati né premurati di fare pulizia al proprio interno (ciò che gli sarebbe valso il nostro rispetto), ma al contrario abbiano rilanciato con dei patetici video su facebook e con comunicati.

Nel video, Montanari semplicemente parla d’altro. Accusa di mafia (!) e di aggressioni il S.I.Cobas. Una strategia di ribaltamento della realtà (accuse al S.I.Cobas di aggressioni, a fronte delle decine denunciate dal S.I.Cobas in questi anni con tanto di prove, l’ultima proprio ieri) a cui siamo abituati da parte sua, avendola vista usare da lui tante volte in politica (non ultimi i casi dei comunicati del PRC dopo i cortei di Cremona e Piacenza, di cui tratteremo dopo). Non una parola sul suo gesto infame, solo la pallida difesa che dichiara le parole “estrapolate dal contesto” (strano, a rileggerle pare difficile fraintenderle). USB, se possibile, fa ancora peggio: anche qui nessun mea culpa, ma al contrario rilanciano affermando che le lotte del S.I.Cobas sarebbero uno stratagemma per entrare nei magazzini e prenderne il controllo, tenetevi forte, al fine di garantire bassi livelli di conflittualità! Addirittura i giorni di sciopero sarebbero a loro dire “restituiti” ai padroni con turni di straordinario. Qualcuno chiami un dottore, anzi un battaglione di dottori.

Farebbe davvero ridere – e lo fa, almeno per chi abbia conosciuto il S.I.Cobas, soprattutto a Piacenza – se non fosse che in questi deliri si va oltre la diffamazione, si giunge all’ingiuria vera e propria. Venitelo a dire a noi, che abbiamo condiviso con i nostri compagni operai i gas lacrimogeni, le botte, gli insulti da parte di padroni e forze dell’ordine davanti ai cancelli. Venitelo a dire a Moustafà, che sta scontando la repressione del razzismo istituzionale per essere stato dalla parte giusta dopo aver conosciuto il gas urticante pochi giorni prima a un picchetto. Venitelo a dire a quelli aggrediti a Carpiano da mazzieri fascisti e krumiri per sfondare il picchetto alla SDA. Venitelo a dire anche ai tanti di noi che hanno una vigliacca denuncia per “violenza privata” solo perché sono stati in piedi pacificamente davanti a un cancello.

I precedenti

Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di inquadrare la questione in termini più generali, al di là delle miserie espresse dai singoli o dai comunicati. La conflittualità fra sindacati di base è di per sé un fattore negativo, che ci piacerebbe vedere superato. In questo i S.I.Cobas, a cui siamo sicuramente più affini, non sono da meno degli altri. E’ normale che in tanti antepongano questa considerazione di buon senso alla valutazione del caso di specie. La serietà ci impone però di andare dentro ai fatti, se no ricadremmo nel qualunquismo. Un generico “non litigate” non ci può andare bene quando in gioco ci sono le nostre fedine penali o il rimpatrio di esseri umani.

Quello che possiamo dire con certezza assoluta, derivante dall’esperienza, è piuttosto che in questi 8 anni il S.I.Cobas ha ribaltato una situazione di sfruttamento sistemica, in cui erano implicate anche coop “rosse” che in tempi andati procurarono non pochi fastidi al Montanari. Lo ricordiamo molto bene infatti quando, durante la durissima battaglia Ikea, veniva a fare passerella davanti ai cancelli per poi chiamare un nostro compagno, allora Consigliere Comunale proprio nelle liste del Montanari, intimandogli di non prendere parte ai picchetti operai sostenendo che così il PRC avrebbe “perso l’assessore” (in quanto le coop operanti in Ikea erano un’articolazione del potere PD, con cui Montanari ha sempre voluto essere coalizzato sino a che il nostro compagno lo ha messo di fronte al fatto compiuto di una rottura).

Ricordiamo molto bene anche quando l’infame Montanari firmò, insieme al suo omologo cremonese, un comunicato di condanna contro la grandiosa manifestazione antifascista che attraversò Cremona all’indomani del tentato omicidio di Emilio da parte di un manipolo di fascisti di Casapound. In quell’occasione usò uno dei suoi refrain preferiti, quello dei “pochi celoduristi vestiti di nero che rovinano un corteo”. Una menzogna talmente grande per chiunque abbia attraversato quella piazza che si commenta da sé, oltre a rivelare il far propria quella immonda categoria mentale della divisione fra “buoni” e “cattivi”, tanto cara ai suoi amici questurini. Ma una menzogna sufficiente per dare alla questura cremonese l’indicazione che nessuna forza “istituzionale” avrebbe coperto i manifestanti, e che quindi avrebbe potuto procedere nell’esorbitante assegnazione dei reati di devastazione e saccheggio, che ancora oggi gravano sui nostri fratelli.

Una retorica stupida e falsa, oltre che sbagliata, risfoderata dal Montanari dopo il corteo del 10 febbraio a Piacenza. Senza capire evidentemente nulla della fase sociale che stiamo attraversando, Montanari parlò di machismo (proprio a noi che lo combattiamo in ogni sua declinazione, ma va be…) quando di fronte aveva un’eccedenza di piazza termometro di una situazione sempre più insostenibile. Uno strafalcione tale che addirittura intervenne la struttura nazionale di Potere al Popolo (cui in quella fase afferiva Rifondazione Comunista, salvo insultarne i fondatori nelle interlocuzioni informali…) pretendendo il ritiro del comunicato. La dissociazione però, è la sua natura, ha sempre dei beneficiari così come delle vittime e anche in quell’occasione la questura se ne servì per procedere contro gli organizzatori del corteo (noi), dato che altri ragazzi a loro avviso implicati nei disordini erano già stati individuati grazie all’aiuto dei post di Casapound.

E anche per quel che riguarda l’ambito sindacale, era evidente che Montanari volesse favorire la strategia questurina di contenimento delle lotte del S.I.Cobas: ormai abbiamo perso il conto delle provocazioni, aggressioni, minacce a danno di lavoratori da parte degli esponenti USB.


L’ultima è proprio di ieri mattina e fa ridere vedere come ancora Montanari e USB provino a ribaltare su altri i loro comportamenti. Apprendiamo che esse rientravano in una strategia preordinata, ma è come se lo avessimo sempre saputo.

Il ciclo di lotte avviato a Piacenza dal S.I.Cobas infatti preoccupa. Basta leggere i rapporti annuali dei servizi segreti al parlamento. Se si toglie il terrorismo islamico e qualche accenno all’insurrezionalismo anarchico, infatti, i servizi sono preoccupati della congiuntura fra movimento dei facchini e collettivi autonomi. Dalla capacità, in sostanza, di invadere le strade delle città dopo aver bloccato i cancelli con un metodo capace di mettere in ginocchio anche le grandi multinazionali. Quella stessa eccedenza di forza e conflittualità, diciamolo, che ha permesso al corteo di Piacenza di essere così determinante nel tracciare una direzione di resistenza per la stagione del razzismo istituzionale che andava perfezionandosi sotto Minniti e che è ora giunta a compimento con Salvini. Non stupisce, a fronte di questo interesse della controparte, che le singole questure abbiano mandato di stabilire contatti e collaborazioni anche con parti sindacali volte all’indebolimento del movimento.

Conosciamo il S.I.Cobas e sappiamo che è abituato a resistere ad attacchi concentrici di ben più pesante portata. Quel che ci preme sottolineare però è da un lato l’assoluta gravità della non epurazione da parte di USB, con la quale ripudiamo a questo punto ogni possibile collaborazione anche fuori dai confini piacentini, dove sappiamo essere animata da tante e tanti compagni in buona fede mossi dai più sinceri sentimenti, ma evidentemente non in grado di incidere sulla linea corrotta della loro organizzazione nella tutela dei propri interessi. Dall’altro, è interessante notare come le figure degli eterni “leader di qualcosa ex sessantottini”, grazie al cielo in estinzione, trovino oggi terreno fertile per un ultimo auto riciclo venuta meno la strada (da loro stessi distrutta a suon di ipocrisie e svendita degli ideali) nelle istituzioni. Esaurita la funzione di contrattazione del “redistribuibile” nei palazzi della politica, questi riformisti inconsapevoli con velleità radicali hanno provato a praticare quell’obiettivo (con annessa strumentazione: egocentrismo, personalismo, falsità sistemica) all’interno del nuovo movimento operaio che vede nella logistica un’avanguardia. Peccato che, così come non si dà la possibilità di alcuna redistribuzione a livello parlamentare, così l’obiettivo risulta monco nel nuovo movimento sindacale. Quello che ci insegnano gli operai della logistica, soprattutto a Piacenza, è che la logica della “rappresentazione” non paga. Conta solo il conflitto reale che si mette in campo. Schemi e logiche proprie della politica da tv della seconda repubblica non funzionano, e non ci stupiamo quindi che a fronte delle migliaia di aderenti al S.I.Cobas in realtà USB sia riuscita a raccogliere solo poche decine di iscritti. Sostanzialmente: costoro hanno visto in questo settore una possibilità di espansione e arricchimento, e hanno provato a impostare un ingresso preparato in vitro da Bologna. Un ingresso servitosi dell’arruolamento di una banda di espulsi con disonore dal S.I.Cobas e di un personaggio noto in città per il vendere aria fritta ma incapace di poter registrare un qualsivoglia risultato politico o sindacale. Un sodalizio rivelatosi dunque in pochi anni per quello che è: un grosso favore a padronato e questura, un’immensa perdita di tempo per operai e soggettività solidali come la nostra.

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