Premessa

Allora, provo a mettere giù due paginette sulla situazione dando un taglio prevalentemente sindacale. Ma è impossibile da Piacenza depurare anche dell’aspetto psicologico e sociale, veramente totalizzante in questi giorni. Evito di entrare troppo nei dettagli tecnici, chi sarà interessato potrà poi approfondire da sé. Chiedo scusa quindi se risulterò un po’ schematico.

 

Partiamo dall’impatto generale: Piacenza è confinante con Lodi, quindi è stata investita subito sia dal contagio che dall’isteria collettiva. Devo dire che tantissimi lavoratori immigrati, quando la situazione sembrava ancora sotto controllo, hanno manifestato subito una preoccupazione altissima con picchi di millenarismo. Ammetto di aver reagito male in un primo momento: invitare alla calma, al non accaparramento per non penalizzare anziani e malati era mio compito di responsabile sindacale, ma nel complesso la sottovalutazione rispetto all’impatto “psicologico e sociale” c’è stata.

 

Evoluzione situazione nei posti di lavoro

Quel che invece né io né gli altri del S.I. Cobas abbiamo sottovalutato sono gli effetti sul mondo del lavoro nei magazzini. Senza dirlo esplicitamente in prima battuta ai delegati, ci siamo subito confrontati ed eravamo consapevoli che l’impatto sarebbe stato devastante, quanto neanche oggi riusciamo a prevedere.

 

Per questo ci siamo mossi subito contattando tutti i datori e chiedendo applicazione immediata delle misure di sicurezza, richiesta che salvo rarissimi casi è rimasta completamente ignorata. Sono quindi partiti i primi scioperi a macchia di leopardo. Parlo della settimana prima dell’8 marzo, quando ancora fuori dalle provincie di Piacenza, Lodi e Bergamo non c’era la percezione di cosa stesse succedendo.

 

Anche nel sindacato nazionale inizialmente si era più preoccupati dal potenziale utilizzo padronale della situazione per lasciare a casa qualche lavoratore. La percezione si è modificata velocemente nel giro di qualche giorno anche in ragione dell’adozione della “zona rossa” nazionale e del diffondersi del contagio. La priorità è quindi divenuta curare la salute e in poche ore è stata lanciata la parola d’ordine dello sciopero per la sicurezza, che ha poi avuto in mercoledì 18 marzo la sua giornata di culmine ma che prosegue ancora adesso in tanti siti.

 

Lo sciopero nella logistica

Lo scopo dello sciopero è duplice: da un lato spingere il governo e le leghe datoriali a coinvolgere i sindacati conflittuali nelle trattative che ci saranno per l’adozione degli ammortizzatori sociali, dall’altro dare una copertura verso provvedimenti disciplinari a chi in assenza di condizioni di sicurezza venisse chiamato al lavoro. Ritengo che per comprendere i risvolti sul mondo del lavoro si debba approfondire almeno minimamente ognuno di questi due punti.

 

Rispetto al primo punto: bisogna sapere che per le leggi che regolano la “concertazione sindacale” in Italia solo i sindacati confederali che li hanno sottoscritti (CGIL CISL e UIL) sono titolate a partecipare ai tavoli istituzionali come ad esempio quelli sull’utilizzo delle casse integrazioni. Ciò a seguito della loro “trasformazione genetica” avvenuta a inizio anni ’90 che li ha di fatto resi enti parastatali permettendogli di sopravvivere alla crisi che ha investito il sindacalismo novecentesco in tutto il mondo. Uno scambio che però li ha sterilizzati dal punto di vista della difesa operaia come tutti ben sanno. Ora: esistono settori di lavoro operaio come la logistica in cui il loro peso è del tutto residuale, mentre l’iniziativa è da anni in mano al S.I.Cobas e ad altre sigle di base. Capite bene che non avere le sigle di base ai tavoli nazionali (e poi azienda per azienda) è non solo un vulnus democratico, ma anche un potente strumento di ricatto verso i lavoratori: perché dovrei impegnarmi nella trattativa per la cassa integrazione nella tua azienda se ho zero iscritti e il S.I. Cobas trecento? Ciò potrebbe spingere i lavoratori a tornare a loro, rivelandosi un mezzo per arrestare il percorso di espansione che le lotte e i picchetti (assolutamente osteggiate come pratiche dai confederali) avevano permesso sin dal 2010. Un bel problema.

 

Il secondo punto è quello della “copertura” a eventuali ritorsioni padronali per le assenze. Concretamente, le indicazioni date ai lavoratori una volta capita la gravità della situazione, sono state quelle di ricorrere a più malattia possibile (la malattia copre una parte dello stipendio, salvo le numerose situazioni in cui il S.I. Cobas ha imposto accordi migliorativi tali per cui il datore deve integrare fino al 100%, cosa davvero incredibile considerando il mercato del lavoro post-crisi del 2008) per far sì di non consumare istituti quali le ferie  e i permessi, che hanno altro scopo dal garantire la paga piena in assenza di lavoro o di condizioni di sicurezza (quello scopo sarebbe garantire il diritto al tempo per sé…). Una volta esaurita la possibilità del ricorso alla malattia, in ogni caso, è stato necessario ricorrere anche a quelli. E poi si è passati allo sciopero. Si perde la paga, ok, ma da un lato si fa pressione per far tutelare la salute (ricordo che in base alle leggi 300/1970 e 81/2008 è un onere dell’azienda, non del lavoratore), dall’altro piuttosto che essere sanzionati o licenziati meglio avere l’assenza legittima. Perché tentativi di ritorsione ci sono stati, prima che un Dpcm di Conte bloccasse la possibilità di licenziamento. Quei tentativi rimangono in sospeso e saranno terreno di scontro una volta finita l’emergenza.

 

Considerazioni politiche

Fatti questi due excursus, passiamo a una considerazione più politica, che ovviamente potrebbe essere suscettibile di cambiamento in base all’evolversi della situazione, oggi imprevedibile.

 

Che il mantenimento in attività dei poli logistici o industriali non collegati al farmaceutico o all’alimentare cozzi totalmente con ogni logica e misura per il contenimento del contagio penso sia evidente anche a un bambino e gridi vendetta: tanto più per la scarsa applicazione delle misure di sicurezza, non esito a definirla una strage di stato. Di tanti lavoratori ma anche di terzi entrati in contatto con loro. Follia pura e dimostrazione suprema dell’asservimento dello stato al capitale privato.

 

Vorrei sottolineare che dopo lo sciopero nella logistica di S.I. Cobas e ADL Cobas anche altre sigle sono corse ai ripari, credendo di perdere legittimità fra i loro iscritti: la USB nella giornata del 21 marzo ha lanciato uno sciopero per il 25. Modalità e tempistiche a mio avviso ridicole, ma meglio che no. Gli stessi confederali, fino a oggi proni alla linea di governo-Confindustria, hanno (addirittura!) scritto al governo “invitando a riconsiderare” il contenuto dell’intesa firmata con Confindustria il 14 marzo (quella che decretava il mantenimento al lavoro degli operai). Segno che le mobilitazioni (spesso anche spontanee, di iscritti ai confederali insubordinati) hanno fatto paura a un padronato che già sta organizzandosi per recuperare da qua ai mesi (anni?) a venire le immani perdite. Perdite che sicuramente si tradurranno anche in una complessiva ristrutturazione dell’apparato industriale, accelerando la sempre vigente tendenza capitalista al monopolio/oligopolio con la scomparsa degli attori più deboli (da cui discendono ulteriori due conseguenze: milioni di posti di lavoro persi e la crescita del potere contrattuale di “chi sopravvive” verso le istituzioni, sul modello di quanto già rappresentano Amazon, Apple, Microsoft).

 

Invito a ragionare a fondo sull’ultimo passaggio che ho toccato. Non si può qui entrare nel dettaglio macroeconomico, ma sarà lì che si potrà giocare la partita fondamentale. Nel 2008 lo facemmo prima come studenti e poi come “indignati” più o meno radicali, ottenendo dei rallentamenti alla tendenza in atto ma sostanzialmente perdendo. Qua le cose saranno molto, molto più pesanti, speriamo di farci trovare pronti.

 

Torno però alle conseguenze degli scioperi: abbiamo detto dell’effetto trascinamento avuto anche verso sigle non conflittuali. Bene: nella giornata di sabato 21 è arrivata subito la linea dal ministero dell’interno ai prefetti: garantire che tutti vadano a lavoro. Mascherata con il solito falso argomento del garantire cibo e medicine (nessuna azienda di quelle filiere si è in realtà mai fermata), insomma, la richiesta di ordine per i sottomessi (CLICCA QUI per una fonte a riguardo). Faccio notare che dall’inizio dell’emergenza è la prima volta che il Viminale da istruzioni esplicitamente repressive (so che alcuni penseranno a come tali anche quelle rispetto a chi esce di casa, ma al di là di come la si veda in merito è oggettivo come in quel caso si tratti di sanzionamento dissuasivo, giusto o sbagliato che sia, qui di direttive repressive esplicite), e lo fa citando esplicitamente gli scioperi nella logistica. Ulteriore conferma che quel settore ha una potenziale centralità politica oltre che tecnica nella “gig economy”.

 

Dopo questo messaggio molto chiaro, la notte fra sabato 21 e domenica 22 marzo ha visto l’annuncio della chiusura delle attività “non essenziali” da parte di Conte. La formulazione rimane ambigua, mentre scrivo deve ancora essere chiarito se vi sarà un’interpretazione estensiva o restrittiva dei settori Ateco considerati “essenziali”. Se cerchiamo di avere uno sguardo che vada fuori dal “triangolo rosso” della logistica Milano-Piacenza-Bologna, mi sembra di poter dire che i segnali di autonomia di classe, al netto degli “insubordinati CGIL” alla Fiat di Pomigliano, siano stati limitati. Le burocrazie confederali hanno interpretato la parte delle pressioni sul governo cambiando comodamente posizione a centottanta gradi senza arrivare mai ad agitare la parola di un loro sciopero generale. I segnali più forti che vengono da dove sono radicati S.I. Cobas e ADL Cobas rimangono sul terreno dell’avanguardia. La battaglia che si aprirà ora sarà quella di respingere l’ondata terrificante della chiamata all’unità nazionale che verrà declinata a sinistra con la richiesta di “sacrifici” e a destra con la richiesta di “militarizzazione” che li imponga. Considerando i livelli di organizzazione dal basso in cui ci troviamo in Italia, credo sia difficile pensare che la massa non ne verrà sopraffatta, ma ci sono gli spazi per l’azione di una minoranza coriacea che riflette, non si piega e indica un’alternativa.

 

Conclusioni (temporanee)

Per chiudere, posto che un report come questo andrebbe aggiornato di ora in ora, voglio invitare a riflettere sul come i lavoratori siano esposti oltre che al lavoro anche nella vita alla pressione psicologica montante che tutti vivono. A Piacenza la situazione è drammatica, ormai ognuno ha un morto in famiglia o comunque conoscente, e non è secondario considerare la salute psicologica delle persone. Non escludo che si possano dare momenti di criticità anche nel rapporto fra i sindacati più conflittuali (e più amati dai lavoratori) e i loro iscritti, stretti tra la paura per loro e i loro cari e la necessità di andare a lavoro per perdere meno soldi possibile.

 

Al di là di come si gestirà questo aspetto, credo che il protagonismo operaio (emerso sia con gli scioperi che, a Piacenza, con lo straordinario sforzo di solidarietà dal basso, davvero incredibile ed efficace) costringa chiunque si interroga sul “come cambiare l’esistente” a riconsiderare una serie di assunti filosofico-analitici che negli ultimi due decenni si erano diffusi in tutte le aree di “movimento”. Parlo della lettura post-operaista che spostava il focus sul lavoro cognitivo diffuso in tutte le sue nuove forme e sulle dinamiche di biopotere e controllo sociale. Come rispetto all’economia, non voglio qua dire qualcosa di significativo, e anzi specifico che fare questa considerazione non significa assolutamente cestinare una intera corrente di pensiero che ci ha dato preziosi strumenti teorici e analitici. Semplicemente, rilevo che il procedere dello sviluppo capitalista post 2008, post messa a valore delle nuove tecnologie digitali, post ristrutturazione da fordismo a filiere (da cui deriva la centralità della logistica) dovrebbe indurre tutti a riconsiderare dove vale la pena spendere tempo, energie e militanza. Perché diciamolo chiaramente: al netto della solidarietà a parole, sino ad ora la nuova classe operaia italiana ha avuto ben poche sponde nei circuiti di movimento, il che dilata anche le distanze fra stili di vita e approfondimento analitico di chi vive nei due poli “mondo operaio sì – antagonismo sì ma lontano dal mondo operaio”, contribuendo forse a spiegare anche la spigolosità della contrapposizione attuale nella lettura e interpretazione dei potenziali rischi autoritari derivanti dalle misure di contenimento.

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