È un mondo meraviglioso! 1

Affermazione difficile da sostenere direte voi, proprio nei giorni che stanno vedendo la drammatica aggressione del fascista Erodgan alla rivoluzione del Rojava. Un’aggressione in pieno stampo nazista, che sta già dando luogo ad atrocità di ogni genere da parte dei soldati turchi e delle loro bande irregolari jihadiste. Ad esserne la vittima principale sono le donne, vero fulcro della rivoluzione confederale e vero “soggetto intollerabile” nella sua emancipazione per i reazionari religiosi ideologizzati che seguono il soldato turco nella sua opera di distrazione dalla caduta dell’economia e del consenso interno. Anche a Piacenza ci siamo immediatamente mobilitati come compagne e compagni aderenti al processo rivoluzionario del Rojava, sia con un presidio che ha raccolto in 24 ore oltre 150 giovani che con l’avvio di un percorso di informazione nelle scuole, destinato a proseguire.

 

È un mondo meraviglioso! 2   È un mondo meraviglioso! 3In foto: il presidio piacentino a sostegno del Rojava e l’iniziativa al Tramello di #riseupforrojava Piacenza.

 

Eppure, nonostante questo orrore, nonostante  la vergognosa ipocrisia dei governi occidentali (in primis il nostro che commercia senza colpo ferire in armi con i fascio islamisti di Erdogan), abbiamo il coraggio di dire che viviamo in un mondo meraviglioso.

Non solo per l’inscalfibile messaggio di orgoglio e resistenza che ci arriva dalle YPG e dalle YPJ in Rojava. Ma anche perché questo messaggio è stato negli ultimi dieci giorni raccolto e sostenuto in una miriade di rivolte nel mondo.

 

Barcellona:

In Catalunya stiamo sfiorando il livello insurrezionale. Nel dirlo siamo perfettamente consapevoli della matrice spuria e densa di contraddizioni della vertenza indipendentista catalana. Non è un caso che la dichiarazione di indipendenza giunse due anni fa da un parlamento regionale che esprimeva un governo tutt’altro che di sinistra radicale. La borghesia catalana ha i suoi motivi per rendersi indipendente da una Spagna al collasso, essendo economicamente più potente. Chi propina la bestialità del paragone per l’inesistente “padania”, tuttavia, mente sapendo di farlo: quella catalana è la popolazione che insieme al Pais Basco ha pagato il maggior tributo in morti e incarcerati sotto il fascismo, l’attaccamento popolare alla causa viene da lì e si è piuttosto servito delle avventatezze istituzionali della borghesia locale. Ma ciò che si è verificato attorno alla causa indipendentista è stata una attivazione popolare dal basso come in Italia ce la possiamo solo sognare. Migliaia di collettivi su posizioni letteralmente anticapitaliste hanno rimpolpato le loro fila, superando quella passività che invece attanaglia il nostro paese se si fa eccezione per la Val Susa e i cancelli della logistica. Cavalcando questa causa, le/i compagnx catalanx sono riuscitx a fare un vero e proprio miracolo, attivando centinaia di migliaia di giovani e radicalizzandoli nella direzione di uno scontro “repubblica antifascista contro monarchia fascista”. E non solo: sono stati in grado di riattivare le lotte a Madrid e nei paesi baschi (sul terreno della libertà per le migliaia di detenuti politici che li accomunano). Un capolavoro che avviene in un territorio in tutto e per tutto simile al nord Italia a livello industriale, e che quindi non ci lascia alibi: nessun esotismo, bisogna avere il coraggio di sognare ed attivarsi senza risparmio, bypassando e scalvacando il piano della rappresentanza istituzionale. Quello che la moltitudine di comuni e collettivi sorti a Barcellona ci pone dinnanzi è la possibilità di sgretolare l’artificio dello stato nazione anche nel mondo del benessere.

Per maggiori info, leggete questo report:  https://www.infoaut.org/conflitti-globali/catalunya-sciopero-generale-e-oltre-500mila-persone-in-piazza

 

È un mondo meraviglioso! 4

Un’ immagine degli impressionanti scontri che hanno contrapposto migliaia di compagnx catalanx a polizia e squadracce neofasciste a Barcellona.

 

Ecuador:

La situazione in Ecuador è la dimostrazione che la lotta paga. Il cosidetto “paquetazo”, l’insieme delle riforme proposte dal governo per venire incontro alle richieste del Fondo Monetario Internazionale, è stata ritirato dall’esecutivo. Questo da giorni si era ritirato a Guayaquil sull’onda delle proteste scoppiate nella capitale del paese, Quito.

Una rappresentanza di questa lotta è scesa in piazza insieme a noi a Piacenza al presidio per il Rojava.

Per maggiori info, leggete questo report: https://www.infoaut.org/approfondimenti/la-comune-di-quito-dentro-l-insurrezione-in-ecuador

 

È un mondo meraviglioso! 5Un momento della rivolta popolare in Ecuador.

 

Cile:

A ruota dell’Ecuador è partito il Cile. Quel Cile mai del tutto depuratosi dai germi del fascismo di Pinochet, prontamente riemersi con la dichiarazione di coprifuoco e gli stupri da parte della polizia verso le manifestanti arrestate (torniamo sempre al Rojava, al dovere di difendere la rivoluzione e a quel patriarcato asse portante di ogni fascismo…). Come Barcellona, anche il Cile ci parla un linguaggio forse più riportabile rispetto a scenari più “esotici” come quelli mediorientali. La rivolta è infatti partita dagli studenti, ed è partita contro il rialzo del prezzo dei biglietti del trasporto pubblico. Riuscendo subito a radicalizzarsi, a trovare il coraggio di combattere, di non cadere nelle avances da recupero. Quante volte abbiamo cantato nei nostri cortei “se tutto aumenta, tu non pagare!”? Beh, ecco, qualcuno ha anche saputo convincere i suoi coetanei a praticarlo in massa. Qui in Italia non abbiamo che da lavorare sulla nostra serietà ed applicazione, perché la ragione già la abbiamo, ma solo di quella non sappiamo che farcene.

Per maggiori info, leggete questo report: https://www.infoaut.org/conflitti-globali/cile-massicce-proteste-e-coprifuoco-totale

 

È un mondo meraviglioso! 6In Cile è rivolta contro recrudescenza militare.

 

Libano:

In Libano tutto è partito dall’annunciata “tassa su Whatsapp”. Ciò che ne è seguito è interessante: le dissidenze politico-religiose che hanno contraddistinto la società libanese negli anni della guerra civile e, più in generale, nel corso della storia contemporanea del paese, hanno lasciato spazio ad una folla compatta e unita contro l’élite politica libanese, della quale si chiedono a gran voce le dimissioni.

Per maggiori info, leggete (e gustatevi le foto) questo report: https://www.infoaut.org/approfondimenti/in-libano-la-rivolta-ridefinisce-gli-spazi-pubblici-e-i-rapporti-sociali

 

È un mondo meraviglioso! 7La piazza libanese.

 

In conclusione:

Insomma, da Santiago del Cile a Beirut, da Barcellona a Quito, nel giro di poco più di una decina di giorni, ai quattro angoli della terra, centinaia di migliaia di donne e uomini si sono riversati nelle strade con una radicalità straordinaria. Si tratta, certamente, di contesti differenziati, ognuno contrassegnato dalle proprie dinamiche interne, dai soggetti sociali che ne sono espressione, dagli scenari politici entro cui si inserisce. Eppure, dietro all’epifenomeno di una molteplicità di circostanze specifiche e non reciprocamente riducibili, questa ondata di conflittualità estesa su scala internazionale non può che parlarci del permanere di una frattura negli equilibri sociali complessivi, della mancanza di un piano globale di ristrutturazione capitalistica.

Sono ormai trascorsi più di dieci anni da quando l’esplosione finanziaria della crisi del capitale ha raggiunto la sua fase più acuta, ma le contraddizioni latenti che questo evento ha portato in superficie sono ben lungi dall’essere state riassorbite. Mentre si inasprisce la lotta tra le potenze imperialistiche a scaricare sui propri avversari gli effetti sociali ed economici della stagnazione del tasso di profitto, la narrazione di un consenso plurilaterale a quello che veniva presentato come unico futuro pensabile sembra essere stata messa definitivamente in soffitta. E’ proprio nello spazio lasciato libero da questa voragine nel piano narrativo della globalizzazione neoliberista che si vedono aprirsi spazi d’azione sempre più radicale.

Se a monte, per di più, ad accomunare queste piazze è il crescente sgretolamento dell’ordine ideologico globale, a valle si segnalano altrettanto rilevanti consonanze. Sono piazze che nascono per un motivo specifico, in gran parte apparentemente secondario, che nonostante ciò si contraddistinguono per una radicalità vivacissima. E ancora, sono piazze che sanno vincere ma, allo stesso tempo, sanno imparare dalla vittoria il valore della propria forza, e sanno perciò non accontentarsi del conseguimento – quasi immediato – di una risoluzione positiva della vertenza per cui si erano auto-convocate. Anche i Gilet Jaunes francesi, del resto, hanno anticipato questa tendenza, tornando nelle strade ben oltre il dietrofront di Macron sull’odiosa tassa sui carburanti. Oggi, questa stessa determinazione riappare nelle strade libanesi, ecuadoregne, cilene, dove né i tentativi pacificatori dei governi né la furia repressiva degli eserciti scalfiscono la voglia di cambiamento di cui si fa portavoce la straordinaria varietà umana che affolla le strade.

Bisogna sentirsi chiamati a battere il tempo di Santiago, di Barcellona, di Beirut, di Parigi, di Port-au-Prince. Battere il tempo delle donne e degli uomini del Rojava, che con la propria vita difendono la più grande alternativa al capitalismo globale emersa all’indomani della crisi. Battere il tempo delle rivolte di oggi, per tenersi pronti a farle andare all’unisono con quelle che verranno. Per troppo tempo ci siamo crogiolati nel distribuire patenti di “purezza” non vedendo i giganteschi processi di accumulazione di rabbia e conflitto che crescevano ai quattro angoli del mondo, magari anche in territori a noi simili e su vertenzialità da noi stessi sostenute e declamate. Sarebbe ora di darsi una mossa e provare a smuovere la stessa energia anche qui in Italia, piuttosto che a fare dell’esterofilia militante un’arte.

 

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