Di seguito pubblichiamo alcune osservazioni in conclusione della tre giorni indetta da Non Una Di Meno Verona contro la World Family Congress.

Il week-end che si è appena concluso, con tutte le iniziative che lo hanno attraversato, ha dimostrato che l’appiattimento del discorso politico e l’egemonia su di esso da parte delle destre e delle sinistre è completamente ostacolato.

Una piccola città di provincia, da sempre dominio dell’integralismo cattolico, è stata ricoperta da corpi che si sono fatti ostacolo, nella pluralità e -parlandoci chiaro- talvolta anche nell’ipocrisia delle soggettività che l’hanno attraversata.

Delle 100 mila soggettività che si sono fatte ostacolo, infatti, alcune sono intervenute con infamia e ipocrisia: basti pensare alle numerose bandiere dell’Unione Europea, soggetto politico assassino e genocida esattamente al pari di Erdoğan, alle bandiere di sindacati che vendono la dignità degli operai ai padroni, alle bandiere di associazioni e “siglette” portatrici dello spettro di una sinistra morta dopo aver venduto l’anima al diavolo pur di mantenere la pace sociale e fare gli interessi di padroni e politicanti.

Ma l’attenzione che dobbiamo nutrire nei confronti di Verona e della manifestazione transfemminista che ha ospitato sicuramente non si fermerà su questi ometti approfittatori, piuttosto intende focalizzarsi sull’enorme significato politico che questa marea ha portato e porta con sé. Una marea che sta smuovendo menti e corpi, costringendoli a problematizzare la condizione esistenziale, politica ed economica della donna; costringendoli a fare i conti con una sempre più forte pervasività del controllo dei desideri da parte del capitalismo, a fare i conti con l’altra faccia della medaglia di questo controllo, ovvero la ferocia dello sfruttamento.

La marea femminista costringe le soggettività che la attraversano a problematizzare la voce stessa che si erge dalla manifestazione, in una costante autocritica, ma anche a problematizzare la voce che manca, e chiedersi dove sono le voci costrette al silenzio e perché sono costrette al silenzio. Vogliamo esprimere il portato politico di questi giorni anche con ciò che si è detto all’assemblea transnazionale di Non una di meno, a cui hanno partecipato le compagne di R-Esisto. La necessità di un confronto transnazionale tra le femministe non va, infatti, solo nella direzione di costruire un fronte compatto contro le destre e i neonazismi (che pur è un aspetto cruciale), ma va anche e soprattutto verso la costruzione di una comunità femminista in grado di scardinare il linguaggio, l’esistenza, il pensiero e la realtà etero-cis-patriarcale.

In questo senso costruire un momento politico di messa a critica proprio durante il World Family Congress è stato fondamentale per raccogliere il coraggio di riconoscere l’istituzione famigliare etero-cis-patriarcale nella sua vera essenza: una macchina di violenza. E infatti questa violenza è incarnata da chi ha popolato il WFC, ovvero gli stessi soggetti che quotidianamente aggrediscono non solo il corpo e le menti delle donne, ma anche le vite di migranti, sfruttatx e soggettività lgbt+. Solo tramite questo passaggio di messa a critica, infatti, si può andare nella direzione di una famiglia come:

rapporto reciproco di attenzione, che non ha niente a che vedere con il sangue, niente a che vedere con l’amore di coppia, ma è basata su un sistema collettivo di cura che mette insieme dialettica, vulnerabilità e forza

per dirlo con le parole di Marta Dillon di Ni Una Menos Argentina.

Questo fondamentale nodo politico, con il suo portato rivoluzionario, ci costringe come femministe a uscire dai nostri sicuri nidi assembleari e vivere, attraversare ed accendere il conflitto. Dalle strade alle fabbriche, siamo e dobbiamo essere portatrici di un virus femminista in grado di creare un costante conflitto contro le strade calme e vuote delle città spettro, le quali nascondono tra le loro mura domestiche le più atroci violenze.

Un virus femminista che, come si è detto nell’assemblea, deve lottare da dentro e insieme con i sindacati, per vivere i luoghi del conflitto di classe e liberarli dalla presa patriarcale che spesso li sottrae al movimento femminista, con l’obiettivo di creare una sinergia rivoluzionaria e generatrice di conflitto. Opporre alla pedagogia patriarcale (la quale è la pedagogia della crudeltà che si legge nei femminicidi quanto nella negazione del diritto all’aborto) una pedagogia femminista è un passo fondamentale nella costruzione di un percorso femminista rivoluzionario. Percorso che è potenzialmente in grado di rompere lo schermo di felicità forzata imposta dal capitalismo contemporaneo e far venire a galla la guerra civile che stanno subendo tuttx gli/le sfruttatx e gli/le oppressx, i/le quali sono relegatx alla perenne invisibilità. Non dimentichiamo mai che questa invisibilità è alimentata e sostenuta da chi fa del femminismo e di qualsiasi altra pratica un mero strumento di visibilità personale, negando e soffocando ciò che veramente lo contraddistingue: la conflittualità.

Conflittualità che non è altro, come si diceva, che il venire a galla della guerra civile a cui siamo sottoposte ogni giorno tra le mura domestiche, in strada, in fabbrica, nelle case che dobbiamo pulire, a casa di chi dobbiamo curare, nei luoghi dei servizi e nei luoghi del consumo. L’esperienza curda, presente anche all’assemblea transnazionale, è testimonianza diretta della capacità della pedagogia femminista di incidere sulla realtà in senso rivoluzionario.

La rivoluzione curda ci riguarda da vicino grazie alla sua capacità di essere esempio immortale di sconvolgimento dell’ingiustizia dominante, grazie alla sua capacità di ricordarci costantemente che la lotta contro il patriarcato e il capitalismo è una sola ed unica lotta comune. Ne sono un esempio luminoso quelle soggettività che hanno dato o stanno dando tutto, in antitesi a qualsiasi ipocrisia, personalismo o strumentalizzazione della lotta. Da Lorenzo Orso a Leyla Guven scopriamo che è solo con la lotta, che ha nel femminismo la sua arma più incisiva, che possiamo imparare, come ha detto una compagna durante la manifestazione in ricordo di Tekosher a Firenze, a dare vita ai giorni e non giorni alla vita.

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