Ieri, venerdì 8 marzo, in occasione dello sciopero globale femminista, migliaia di donne e uomini sono scesi in piazza in tutta Italia e hanno incrociato le braccia, per ribadire il significato politico di questa data, giorno di lotta e di protesta.

Non c’è nulla da festeggiare, infatti, in un paese in cui i casi di femminicidio e di stupro sono all’ordine del giorno, in cui ogni anno migliaia di donne vengono uccise o stuprate per motivi di gelosia e possesso, molto spesso per mano di mariti, ex e familiari.

Non c’è nulla da festeggiare di fronte allo sfruttamento e alle molestie sessuali sui posti di lavoro, di fronte alle condizioni di precarietà economica ed esistenziale a cui ci condannano, di fronte allo smantellamento del welfare e dei servizi che scarica tutto il lavoro di cura sulle donne e non garantisce la possibilità di emanciparsi economicamente e di decidere liberamente sulla propria vita.

Non c’è nulla da festeggiare in un paese che definanzia i centri antiviolenza, che impedisce alle donne di abortire in sicurezza e che porta avanti politiche razziste come il decreto sicurezza che criminalizza i/le migranti e chi lotta per la dignità e i diritti di tutti e tutte.

Per questi e tanto altro, anche a Piacenza, dopo tanti anni che non si vedeva un corteo simile, la forza femminista ha invaso le strade della città, vedendo una ricca partecipazione, in particolare di tantissime ragazze e ragazzi, ma non è mancato il sostegno di numerosi adulti, che si sono detti commossi e soddisfatti della carica dei più giovani. Insomma, la fotografia di generazioni diverse che con entusiasmo ed energia si sono unite nella stessa protesta.

Tanti i contenuti e i messaggi veicolati: un corteo che ha ribadito che i casi di violenza di genere non sono solamente cronache isolate, crimini messi in atto dalla mano di folli, ma una delle numerose espressioni della cultura patriarcale.
Un corteo che ha denunciato la violenza economica e sociale, le politiche degli ultimi governi, come il Jobs Act e la legge Fornero, le quali che hanno smantellato diritti e garanzie in tema di lavoro, o come il dl Pillon che tenta di far retrocedere le conquiste femministe.

Nonostante i tanti temi toccati, i giornali locali hanno fatto volontariamente del terrorismo mediatico, scrivendo articoli sensazionalisti, senza riportare le interviste rilasciate e i numerosi interventi che ci sono stati durante tutta la manifestazione. Così come il terrorismo che è stato fatto nei giorni precedenti alla manifestazione, con il solo fine di screditare la protesta.
La cosa ovviamente non ci stupisce: siamo abituati alla narrazione strumentale dei media che riducono i numeri quando vogliono e censurano le rivendicazioni quando queste danno fastidio. Dopo tutto, siamo ben consapevoli che è scomodo dire che tante/i giovani sono scesi in piazza insieme agli operai e alle operaie che vengono sfruttate nei magazzini della nostra città e hanno parlato di femminismo intersezionale, di femminismo antirazzista, di femminismo antifascista. Un femminismo che nulla ha a che fare con la cultura liberal e borghese, ma che accanto alla lotta per la liberazione di genere affianca le lotte sociali e ha una prospettiva di classe, poiché il primo esponente del patriarcato è il padrone.
Ma tutto questo non può che renderci ancora più convinte e determinate: dopo questa grandiosa giornata di lotta, abbiamo dimostrato di nuovo, come lo scorso 10 febbraio e 25 aprile, che solo unendo giovani e sfruttate/i di ogni genere e provenienza possiamo continuare a costruire una vera opposizione sociale a Piacenza.

Ci vediamo nella prossima piazza!

 

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