C’è del marcio in Danimarca… 1

E’ su tutti i giornali nazionali: mentre a Piacenza contavamo i morti del Covid, una persona su cento, i carabinieri della stazione Levante si premuravano di ricattare, estorcere, spacciare, torturare.

 

Non vogliamo fare un ennesimo e scontato spiegone sulla nostra visione strutturale di cosa siano le forze dell’ordine tutte all’interno della società capitalista. Lo diamo per scontato.

 

Vogliamo invece soffermarci sulla lampante e stridente contraddizione che attanaglia da ormai dieci anni la nostra città.

 

Analizzare la notizia (e con essa quella del 2013, che portò all’arresto dell’intera squadra narcotici, di due agenti digos e di un agente dell’ufficio immigrazione ella Polizia di stato) senza inquadrarla all’interno di un’analisi più ampia del contesto socio-politico cittadino rischia a nostro avviso di risultare insufficiente.

 

E allora inquadriamo: a costo di venire a noia, partiamo ripetendo per l’ennesima volta che a Piacenza, dal 2011, si è formato l’embrione più coriaceo di quella che è oggi la resistenza operaia in Italia, i facchini della logistica.

 

Un percorso tanto vasto e tanto duraturo da essersi fatto fenomeno sociale. Intere zone della città, guarda caso proprio quelle vicine alla caserma al centro dello scandalo, hanno modificato il proprio tessuto sociale trasformandosi da quartieri-discarica per sottoproletari immigrati esclusi a quartieri vivi in cui centinaia di individui e di famiglie hanno intrapreso un percorso di riscatto sociale fondato sulle lotte sindacali radicali.

 

Percorso talmente forte da aver contagiato anche settori di proletariato bianco, precipitati nelle lotte non solo della logistica: un’immagine che ci restituisce questa profondità è l’intervento del leader sindacale che giusto ieri arringava le OSS di una casa di riposo, ipocritamente applaudite durante il lockdown in quanto personale sanitario e ora scaricate dalla loro azienda, parlando in modo commuovente di solidarietà fra sfruttati e di “non rinunciare mai a dignità e libertà, perché una vertenza si può perdere ma bisogna vivere e morire libere”.

 

Il pregio maggiore, al di là degli avanzamenti economici e materiali, di questo ciclo di lotte è stato però un altro: aver sollevato il coperchio da una pentola di vergogne che a vario titolo attanagliavano Piacenza.

 

Quanto abbiamo appena detto è vero prima di tutto in relazione all’ambito del lavoro, dove si è smascherato un sistema di connivenza fra multinazionali, cooperative locali (con relativi partiti amici) e sindacato confederale. La vicenda più paradigmatica in questo senso fu la vertenza Ikea del 2012 e 2014: multinazionale globale, cooperativa piacentina, supporto attivo (anche con denunce) del PD, crumiraggio organizzato dai confederali.

 

Ma è vero anche in senso più ampio: se analizziamo le varie fasi in cui è scomponibile la risposta repressiva a quelle lotte, emerge in controluce anche la corresponsabilità delle istituzioni deputate alla repressione. Dapprima la contrapposizione dura: manganelli sugli scioperanti, gas lacrimogeni, raffiche di denunce (quelle per la verità mai fermatesi). Poi il tentativo di imbrigliare le lotte nel dialogo istituzionale, che ha visto a fasi alterne atteggiamenti ostativi o collaborativi della prefettura. Poi un cambio di approccio meno conflittuale ma egualmente rigido rispetto alla sanzione verso la pratica del picchettaggio.

 

Mentre queste fasi si avvicendavano, le inchieste colpivano nel 2013 la questura e oggi l’arma dei carabinieri, sovrapponendosi a una serie di episodi, controlli, fermi e denunce connesse alla vita sociale dei quartieri in via di emancipazione dalla più nera esclusione sociale. Come a dire: gestione ufficiale secondo direttive variabili, ma controllo sociale come dato costante di provocazione e minaccia.

 

Sarebbe troppo avventuroso sbilanciarci su specifiche denunce di episodi, e forse inutile. Quello che registriamo è il dato politico.

 

Dato politico che si abbina in modo molto forte alla strategia di “criminalizzazione e creazione di mostro” operato dall’ultima giunta Barbieri. Difesa e spalleggiamento della nascente Casapound cittadina, criminalizzazione delle manifestazioni di segno opposto (non parliamo solo della famosa resistenza di piazza del febbraio 2018, ma anche delle denunce comminate da membri della giunta a giovanissimi studenti per aver denunciato le evidenti relazioni fra gli stessi e i circuiti neonazisti), creazione di comitati di quartiere fittizi volti ancora una volta alla demonizzazione fasulla dei non allineati politicamente.

 

Lo strumento della minaccia giudiziaria, della querela esorbitante, dell’uso della forza pubblica completamente subordinato ai fini politici è un dato ritornante.

 

Ma se la forza pubblica è poi quella che emerge dai casi macroscopici di cui si sono occupate le cronache, ecco che si fa largo l’idea di un meccanismo sistemico di inquinamento e corruzione dell’arena pubblica, esattamente speculare al percorso di lotta descritto in apertura.

 

Due tendenze uguali e contrarie attorno alle quali andava polarizzandosi la società piacentina, con unici esclusi e passivi spettatori gli appartenenti al ceto medio autoctono, incapaci di connettersi appieno alla tendenza di lotta (troppo distanti sogni e bisogni) e silente verso gli abusi in divisa sempre più estesi.

 

Due tendenze che se vogliamo hanno visto nel corteo del febbraio 2018 il loro momento di precipitazione e contrapposizione frontale, capace di mettere in scacco tutta le retorica “anti divise” del fascistume cittadino, che non a caso ha cercato negli anni di recuperare appeal sui giovani dandosi toni “acab” con maldestri tentativi invalidati in partenza dalla notoria simpatia per le idee fasciste di numerosi esponenti dell’arma.

 

Giusto la settimana scorsa qualche fascistello ha provato a cavalcare quello spartito con l’affissione di uno striscione in periferia. “Fuori antifa e carabinieri dai nostri (?) quartieri”, idea dalla tempistica infelice dato che solo in quella settimana i compagni cittadini avevano dato luogo a tre momenti di lotta dura davanti alle aziende venendo peraltro sanzionati con denunce il giorno stesso dell’affissione.

 

Essendo parte in causa ci verrebbe troppo facile dire “tutto il bene da una parte, tutto il male dall’altra”. E’ ovvio che lo pensiamo ed è ovvio che la valutazione sia condivisa da una fetta più ampia di città.

 

Meno ovvio è che proprio quel segmento di società troppo spesso assente o confuso riesca ad analizzare e mettere in relazione i fatti, magari ripensando proprio a quel facile tiro al bersaglio contro certi facchini coinvolti negli scontri del febbraio 2018 ma potenzialmente passati prima per la caserma di via Caccialupo. O magari chiedendosi perché solo alcuni ebbero il coraggio di manifestare all’indomani dello scandalo Caruso-ndrangheta-Fratelli d’Italia. O magari chiedendosi perché solo alcuni si spaccarono la schiena mentre la giunta diceva “Piacenza non si ferma” per aiutare a casa le persone in difficoltà. E capendo finalmente che non si tratta di darsi una posa, di farsi pubblicità, ma semplicemente dell’inevitabile prendere forma dal deserto a cui ci si oppone, per citare “Le città invisibili” di Calvino. E sempre restando nella citazione, prendere ciò che inferno non è, e farlo crescere, e dargli spazio (e supporto).

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