ANALISI DI FASE: AL TURNING POINT FRA IL TUTTO E IL NIENTE 1

 

Il 2020 che stiamo vivendo ci ha travolto con eventi imprevedibili che sul territorio piacentino abbiamo saputo indirizzare entro forme di resistenza inedite: si pensi alle 400 famiglie aiutate durante il lockdown, alla poderosa espansione in termini di lotte operaie, all’aver messo in campo (purtroppo unici in città) una forma di mobilitazione diretta contro le torture e gli stupri all’interno della caserma Levante. 

Tutti fattori che a loro volta si sono inseriti nella scia di una analisi delle dinamiche di potere piacentine rivelatasi negli anni completamente esatta.

Ciò è stato vero per il pernicioso rapporto fra neofascismi, giunta comunale e istituti repressivi (QUI una nostra analisi del febbraio 2018), per l’incrocio di questa “cupola nera” con settori di potere capitalista violento/ndranghestista (QUI una nostra analisi del giugno 2019) e finanche, a riprova di quanto sopra, nell’aver saputo correttamente inserire tutto ciò in una cornice immediatamente post-lockdown in occasione dell’emergere del fatto sintesi, lo scandalo della caserma Levante (QUI una nostra analisi del luglio 2020).

 

Ben magra consolazione, aver sempre anticipato le letture corrette dei fenomeni socio-politici cittadini. Ben più gratificante è stato accompagnare queste letture a una prassi militante che ha permesso di allargare considerevolmente la base organizzata del blocco sociale andato condensandosi intorno alle lotte del segmento operaio e migrante cittadino.

Non bastasse a dimostrarlo lo sforzo immane messo in campo in supporto di 400 famiglie durante il lockdown, dobbiamo allora riflettere su alcune delle principali lotte messe in campo negli ultimi mesi, quel post-estate in cui due linee di faglia hanno inziato a evidenziarsi come risposta allo stress da Coronavirus.

La prima linea di faglia è il frutto del fatto che “non è andato tutto bene”. Le scuole non sono state sistemate, le operatrici della sanità non sono state tutelate e anzi (QUI un approfondimento sulla loro resistenza nel piacentino) e il divieto di licenziamento per gli operai non ha mai funzionato (QUI un esempio di resistenza nel piacentino, alla STEP di S.Nicolò).

Questa faglia di resistenza “dal basso” ha raggiunto indiscutibili risultati ed ha trovato un momento di sintesi nella piazza davvero considerevole in occasione della giornata di mobilitazione nazionale del 24 ottobre.

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Caratteristiche proprie di questa prima faglia sono la richiesta di reddito come condizione irrinunciabile da NON contrapporre alla richiesta di sicurezza in termini sanitari. Avendo sperimentato sulla propria pelle gli effetti mortiferi del Coronavirus, obbligati a lavorare senza mascherine durante il picco, gli operai hanno ben presente che la minaccia non va presa sotto gamba. Si pretende però l’anticipo delle casse integrazioni da associare alla chiusura degli stabilimenti. Così come si chiedono aiuti sostanziosi (e non la mancetta di 600 euro una tantum di primavera) per i piccoli commercianti e i lavoratori autonomi dello spettacolo. 

QUI un’intervista a uno dei leader del movimento, proveniente da quella Napoli che indubbiamente ha messo in campo il maggior livello di conflittualità la settimana scorsa, arrivando a conquistare in 48 ore il ritiro del pacchetto normativo varato da De Luca (a riprova del fatto che LO SCONTRO SERVE se si vuole avere efficacia).

La seconda faglia, invece, è molto più complessa e spuria. E’ quella faglia in cui convergono la frustrazione di larga parte della piccola borghesia commerciante, già provata da dieci anni di impoverimento, e la più variegata serie di teorie complottare/negazioniste del Covid, e in cui hanno avuto una minima parte anche i gruppuscoli neofascisti e neonazisti, ben pubblicizzati dalla stampa di sinistra a scopo di discredito.

Chiaramente non perderemo nemmeno un secondo nello spiegare quanto le frange complottare siano del tutto ridicole come argomenti. Più interessante è vedere come tanti individui della nostra società de-ideologizzata riversino, per l’appunto in assenza di una cornice di senso quale quella che potrebbe fornire una sistematizzazione ideologica delle informazioni, la loro legittima paura e paranoia nell’adesione acritica a queste teorie del complotto. E’ una sorta di riproposizione, chiaramente meno esasperata ma altrettanto grottesca, di quello che in America sta diventando il fenomeno di Qanon (QUI una rapida presentazione per chi non lo conoscesse).

Il problema sorge nel momento in cui, per formazione culturale propria del loro blocco sociale, i segmenti di piccola borghesia impoverita si evidenziano come estremamente più compatibili a piazze di questa seconda faglia che non a piazze che ragionano ormai in modo consolidato in termini di collettività, di altruismo sociale, di solidarietà. Dietro gli slogan di “libertà libertà” sentiti da parte di alcune ragazze si cela spesso la libertà individuale, o ancora la libertà di consumo. In ogni caso la libertà svincolata dal sacrificio, per cui le misure di contrasto al Covid-19 rimangono solo un attacco alla libertà personale e non – quali in realtà sono – dei tentativi maldestri di dilazionare l’emergenza clinica da parte di Governo e regioni penalizzando sempre gli stessi in termini classisti, assolutamente criticabili in termini reali. 

È naturale che ciò che ne deriva sia un totale impazzimento e ingovernabilità delle composizioni sociali che hanno attraversato le piazze italiane negli ultimi giorni.

L’intellighenzia dela grande borghesia conosce molto bene (meglio persino di noi che la abbiamo appena scritta) la differenza fra queste due faglie, e preoccupata dalla prima punta a creare fumo negli occhi dell’opinione pubblica accomunandola alla seconda. Il modo in cui lo fa è trito e ritrito, visto in azione a Genova, nell’Onda, con gli Indignados, con il No Expo: la camorra, i fascisti (presenti in alcuni scenari, ma risibili in termini di peso), gli ultras, i black bloc, eccetera. Viene da addormentarsi, tante sono le volte che abbiamo sentito la litania.

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Il problema è che però la confusione di intenti e di spazi esiste davvero, e il caos è tale e tanto che forse non sarà nemmeno possibile attuare un “raddrizzamento” in termini di contenuti da parte de compagni, certo ben più numerosi e organizzati rispetto alle frange neofasciste o ad altre bizzarie comparse nelle piazze. Di questa contraddizione erano forse ben consci i pochi fascistelli accorsi, sempre pronti a sguinzagliare dietro al padrone anche se inoffensivi al massimo della loro espressione, ma non parte dei presenti, che infatti via via hanno svuotato la piazza ed anche espresso riserve ai giornali.

Di canto nostro, abbiamo anche presenziato in una trentina alla piazza di martedì 26 ottobre indetta dai gestori delle palestre, condividendone buona parte delle ragioni. Abbiamo deciso di ritirarci quando abbiamo notato come si stesse prestando ad essere passerella dei politicanti triti e ritriti della giunta cittadina: Lega, Fratelli d’Italia…proprio quelli che nulla hanno fatto per contrastare il Covid-19 durante il picco, proprio quelli del “Piacenza non si ferma”, proprio quelli che criticavano noi che aiutavamo 400 famiglie mentre loro battevano in gran ritrirata chiusi nelle loro ville. Non potevamo, per una questione di serietà e anche per la rabbia che portiamo nel cuore memori dei tanti compagni operai che ci hanno lasciato in primavera, sfilare dietro le insegne e al servizio di quella stessa giunta comunale che per la gestione dell’emergenza Coronavirus porta responsabilità pesantissime, che ci ha letteralmente condannati a morte e che è, in ultima analisi, anche fra le cause principali delle chiusure a cui si arriva oggi (sia a livello locale che nazionale, con la vergognosa opera di minimizzazione operata dai vari Salvini e Meloni negli ultimi mesi, di cui riportiamo QUI solo uno degli interminabili esempi).

Non ci ha certo stupito la notizia delle denunce a carico di alcuni giovani nazistelli seguita alla piazza, ma ancora una volta si evidenzia l’incpacità di certa supposta “sinistra” nel leggere i fenomeni sociali: piuttosto che felicitarsi per un piano repressivo che non farà altro che rafforzarli, i soloni finto-acculturati dovrebbero studiare e capire che senza ascoltare le giuste ragioni di certe piazze si spalancano le porte e le praterie proprio ai nazistelli di cui sopra, che ovviamente poi incamerano in termini di consenso i loro padroni della destra istituzionale. L’ABC dell’antifascismo, è davvero materia oscura per tanti personaggi che si destreggiano fra ANPI, ARCI e CGIl varie ed eventuali.

Non è certo questo però il punto: composizioni spurie e tentativi di cammellaggio sono perfino scontati e non ci scandalizzano, anche perché sappiamo perfettamente che fino a che la destra (istituzionale o dei vari gruppuscoli alla Casapound) riuscirà anche minimamente ad indirizzare delle piazze, queste stesse piazze non prenderanno mai e poi mai direzioni di rivolta: la destra su uno dei suoi siti nazionali di riferimento ha già preso le distanze dalle piazze conflittuali come Napoli, Torino e Milano. “Negli scontri anarchici e immigrati ma la stampa tira fuori i neofascisti”, hanno scritto parlando di disinformazione. Specularmente a sinistra qualcuno ha urlato agli ultrà fascisti teppisti. Come sostenuto in un editoriale del Manifesto (QUI lo trovate integrale), provare a ridurre il tutto a schieramenti classici destra/sinistra, fascisti/antagonisti rischia di essere un po’ riduttivo. Riot senza firma, gruppi di amici che si sono dati appuntamento per lasciare un segno. Qualcuno tra loro frequenta le curve di Milan e Inter. «Le piazze trap«, le definisce un quindicenne che ha amici che hanno partecipato ai riot di lunedì sera. In effetti a voler cercare qualche riferimento, tolti i danneggiamenti, la cosa più simile al muoversi veloce e agitato dei ragazzi in strada sono i video della canzone Thoiry di Quentin 40 e Achille Lauro, nella sua versione girata proprio nel centro di Milano. 

Questo pericoloso gioco al discredito messo in campo dai grandi media di sinistra e di destra, che additano da un lato camorra e fascisti e dall’altro centri sociali e immigrati quali reali soggetti fautori delle insorgenze (QUI un esempio di un modus e QUI un esempio dell’altro) ha un solo finale di partita: il dominio a valanga delle forze estremiste di destra (Lega e Fratelli d’Italia) sul nostro paese. Se da un lato infatti l’elettorato di destra si condenserà in nome della sicurezza, dall’altro il ceto medio intellettuale di sinistra allargherà il già enorme divario con le classi popolari e le loro rivendicazioni. E una volta al potere, le forze neofasciste faranno quello che hanno sempre fatto e per cui sono state create: far terminare le proteste e garantire con ancora più violenza le già schifosamente assicurate rendite di posizione dei signori confindustraili e padronali in genere.

Per questo, nel mentre che si difende l’immagine di una vetrina di gucci infranta come simbolo della più che legittima riapporpriazione di un popolo vessato ( QUI un buon editoriale sul tema che crediamo non necessiti di ulteriori specifiche), è necessario raforzare e allargare ulteriormente quel blocco sociale che si condensa invece nella prima faglia della protesta, e che a Piacenza si è caratterizzato nei fatti come l’unica credibile possibilità di messa in discussione dell’ineguaglianza esistente “anche e soprattutto” in relazione alla gestione del fenomeno Covid. 

Ma concludiamo dicendo che, mentre si fa questo, è necessario continuare a trovare interlocuzione anche con la parte “in buona fede” che precipita nella seconda faglia. Un blocco sociale operaio, per quanto forte e organizzato, non basta da solo a invertire l’ordine dell’esistente ne a livello nazionale ne a livello piacentino. La puzza sotto il naso per rivendicazioni magari anche un po’ confuse o attratte dalla retorica piccolo borghese non è qualcosa che possiamo permetterci, pena il rimanere una bella isola di lotte che continuerà a ottenere vittorie parziali al prezzo di una grandissima repressione e senza mai avere la spranza di generalizzare le proprie ragioni. Per condurre questa interlocuzione, tuttavia, non si potrà aggirare la battaglia di contenuto che porti i settori recuperabili di piccola borghesia cittadina a comprendere come la parola libertà rimanga una chimera in assenza di una rivendicazione che opponga il basso all’alto, e non ci marci a braccetto. Ci sembra che vi siano ampi margini per riuscirvi.

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