“Dai uscite altre foto di tipe”, “Cercavo qualcosa di amatoriale, perché è la stessa merce di scambio che ho”, “Ho una foto di *, che materiale hai da dare in cambio?”.

“Zoccola”, “Troia”, “Gnocca”, “Non me l’ha data”, “Mi ha lasciato, la stronza”.

 

Sono questi alcuni dei tantissimi messaggi scritti in una chat telegram chiamata “PIACENZA E DINTORNI” in cui un gruppo di persone si scambia materiale amatoriale di ragazze, amiche, ex, minorenni, sconosciute, tutte piacentine o della zona.

Sì, il requisito per far parte di questo gruppo segreto è che ci si scambi materiale di ragazze di Piacenza, perché pare esserci più godimento, per i membri di questo gruppo, a violare la volontà e la libertà di una persona che conoscono o potrebbero conoscere (non che fare la stessa cosa con immagini di sconosciute o di ragazze di un’altra città sarebbe meno grave).

 

I diversi partecipanti entrano e escono dalla chat, cambiano continuamente nickname, periodicamente ricreano il gruppo per sfuggire ai controlli e non essere identificabili, intanto parlano anche di un altro gruppo dove “c’è materiale più spinto”.

 

Si trova di tutto: da fotografie e video amatoriali inoltrati da chat private, mandati in modo consensuale e poi utilizzati calpestando tutta la fiducia e il consenso prestato, a immagini rubate dai social network e usate, commentate e inviate senza alcuna forma di rispetto.

I corpi diventano merce di scambio, come delle figurine: esibiti, sminuiti, trasformati in oggetti e commentati con i più banali e prevedibili insulti e offese di matrice sessista.

 

Ciò che prima poteva essere un gioco consensuale, un momento intimo condiviso, un piacere amplificato, diventa strumento di prevaricazione e abuso di potere, una violazione, l’esibizione di una conquista, vendetta e violenza di genere a tutti gli effetti.

 

Si chiama REVENGE PORN, “porno vendetta”: la condivisione non consensuale di materiale sessualmente esplicito prodotto e scambiato in privato al fine di umiliare una persona con cui si è avuta una relazione affettiva e/o sessuale.

 

Al di là del fatto che ci domandiamo perché si debba parlare di “vendetta”… Vendetta per aver lasciato qualcuno? Per “non esserci stata”? Per aver inviato una propria foto? Per aver condiviso uno scatto, un momento, un piacere con una persona della quale ci si fidava?

 

Purtroppo il fenomeno ha assunto dimensioni veramente gigantesche negli ultimi anni e una diffusione estremamente capillare.

Qualche mese fa era venuta a galla la notizia del canale “Stupro tua sorella”, una chat Telegram che vedeva oltre 50.000 partecipanti che si scambiavano fotografie e video di minorenni, ex, fidanzate, figlie. Materiale che probabilmente si scambiano tutt’ora, dato che ancora oggi esiste e nessuno ha avuto la decenza di farlo eliminare.

Messaggi di padri che chiedono come stuprare le proprie figlie, uomini che chiedono foto di 12enni, uomini che vendono le foto delle ex.

Un gruppo talmente grande e talmente intriso di messaggi violenti e sessisti che è scoppiato un piccolo scandalo, durato giusto qualche ora in cui se n’è parlato, per poi tornare a dimenticarsene e lasciare che il gruppo andasse avanti indisturbato.

 

Su internet ci sono una varietà di siti in cui in modo illecito viene scambiato e venduto materiale privato e amatoriale. È stato proprio indagando su uno di questi, Phica.net, che una ragazza di Piacenza è venuta a scoprire dell’esistenza del gruppo telegram “Piacenza e dintorni” e ha deciso di contattare le ragazze coinvolte e di creare un gruppo di supporto tra ragazze per ragazze, a cui abbiamo partecipato per sostenere psicologicamente e materialmente le ragazze coinvolte e per capire come organizzarsi.

 

È fondamentale creare queste reti di alleanza e solidarietà: servono a non sentirsi sole e a scardinare anche i meccanismi ingiusti di vergogna e di colpa che continuamente cercano di imporci e addossarci.

 

Da quando è uscita la notizia (tralasciamo i titoli da clickbait veramente evitabili ma, a nostro avviso, responsabili di diffondere un messaggio sbagliato) sono ovviamente seguiti i commenti beceri e inopportuni di chi, anzichè individuare e condannare l’unico comportamento scorretto (se veramente ci tenevano a far sentire la loro opinione!), invece ha dato aria alla propria voce per prendersela con le ragazze coinvolte. Uno schema tanto banale quanto ovviamente grave e indicativo della realtà in cui viviamo.

Troppe volte ci siamo sentite dire che “ce la siamo cercata“, quando giriamo da sole di notte, quando ci vestiamo come vogliamo, quando mandiamo una foto o la pubblichiamo sul nostro profilo.

“È colpa tua, sai come sono fatti gli uomini.” Come se il maschio per natura nasce per violare la tua volontà e mancarti di rispetto. Il maschio è geloso e violento, se lo lasci aspettati una vendetta. Sei tu che devi essere accorta, non lui che deve imparare a vivere, non un’intera società che deve essere ricostituita su valori altri, su forme di relazioni basate su rispetto e trasparenza.

 

Per questo diciamo che il revenge porn è violenza di genere a tutti gli effetti. Perché affonda le sue radici in un substrato di stereotipi sul maschile, sul femminile, e sulla sessualità in generale che lede tutte le soggettività – maschili, femminili, non conformi – in quanto agisce sulle rappresentazioni, le esperienze e le possibilità erotico-relazionali di ciascuno.

 

Dal momento che questa è la realtà che ci troviamo ad affrontare, crediamo che sia davvero importante ragionare su come auto-difendersi in simili circostanze, quale sia il campo di azione e di reazione di una donna/ragazza che oggi vive in questa società.

 

Viviamo in un mondo in cui l’uso dei social e dei telefoni ha preso il sopravvento su tutto e in cui, dall’altro lato, non è stato fatto alcun lavoro culturale per educare le generazioni al rispetto e al consenso, per insegnare a vivere la sessualità senza dover applicare schemi di dominio e stereotipi, per imparare la scoperta del sesso senza il filtro dei porno mainstream, video machisti e maschilisti, e dei tabù.

 

In questi gruppi, siti, chat telegram potremmo davvero trovare chiunque, dal vicino di casa, allo zio, all’amico, al fidanzato, all’ex. Sono persone normali, che vediamo magari tutti i giorni. Parlandone come dei “mostri”, usando un linguaggio deumanizzante, rischiamo di allontanare questa realtà dal nostro quotidiano, ci convinciamo che si tratti di eccezioni, di persone disturbate (qualcuno magari lo è), di anomalie che non fanno parte della società nella quale tutti noi viviamo.

 

È forse il momento di chiamare questa mentalità con il suo vero nome, ossia “cultura dello stupro” e renderci conto che si tratta di una mentalità così diffusa e capillare perché è in essa che nasciamo e cresciamo, che ci viene instillata in maniera subdola e che nessunx è esente dal replicarla, anche se in modo inconscio. A meno che non ne prendiamo coscienza e ci costruiamo delle difese.

 

Crediamo sia davvero prezioso ciò che queste ragazze hanno fatto, creando questo gruppo di supporto reciproco. Hanno avuto chiaro fin da subito che insieme si è più forti e hanno messo in pratica questo principio. Hanno tenuto alto lo spirito secondo cui “se toccano una, toccano tutte” e anche se io non sono direttamente coinvolta, ti sono sorella, ti offro la mia spalla perché tu sia più forte, copro le tue spalle se vuoi fare un passo avanti, o vado avanti per te se ora non te la senti. Ti sono vicina.

 

Perché gli anticorpi alla cultura dello stupro, al virus del patriarcato, sono più tenaci se si sviluppano collettivamente, rompendo l’isolamento.

 

R-Estisto collettivo femminista Piacenza

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