25N: CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE STRUTTURALE E ISTITUZIONALE 1

Sabato insieme a 100.000 persone da tutta Italia, abbiamo preso parte come R-esisto alla manifestazione nazionale a Roma contro la violenza maschile e istituzionale contro le donne.

 

Negli ultimi quattro anni abbiamo assistito e partecipato al crescere del movimento transfemminista di Non una di meno che è riuscita a far convergere nella stessa potenza organizzatrice e rivendicativa tantx giovani, lavoratrici, disoccupate, madri, collettivi e sindacati, a riportare al centro dell’attenzione il tema della violenza di genere, portando nelle piazze e nelle piattaforme rivendicazioni e contenuti fortemente radicali e politicizzati.

 

Il movimento transfemminista ha saputo in questi anni tenere alti la partecipazione e il coinvolgimento di tante soggettività e, allo stesso tempo, moltiplicare i punti di attacco contro le responsabilità istituzionali e strutturali di quella stessa violenza, nonostante l’alternarsi di governi di differente colore.

 

Ma se da una parte la partecipazione collettiva è aumentata sempre più, dall’altra anche i dati sulla violenza (che per inciso sono solo quelli rilevati, la punta di un iceberg di violenze che ogni giorno subiamo sui nostri corpi e le nostre menti) hanno visto un allarmante incremento.

 

Nei primi dieci mesi di quest’anno sono stati 95 i femminicidi in Italia. Nel 2018, le donne uccise erano state 142, più dell’anno precedente: in termini relativi l’anno scorso le vittime femminili hanno raggiunto il valore più alto mai censito in Italia, attestandosi sul 40,3%, a fronte del 35,6% dell’anno precedente.

Il dato ancora più agghiacciante che fa riflettere è che 3 donne su 4 sono uccise tra le mura domestiche. Ecco allora che la tanto edulcorata famiglia del mulino bianco si dimostra in realtà, spesse volte, una gabbia di oppressione e ricatto.

I dati Istat appena usciti registrano 88 atti di violenza al giorno, uno ogni quarto d’ora.

 

Nonostante questo, al di fuori delle piazze, degli spazi autogestiti e dei centri antiviolenza, la politica istituzionale affronta ancora la questione in maniera emergenziale e securitaria, dando risposte giuridiche e mai sociali e politiche.

 

I centri antiviolenza continuano a essere al di sotto delle necessità, a non ricevere nemmeno i fondi stanziati, a vivere di lavoro gran parte volontario.

Se facciamo il rapporto tra i fondi disponibili e la platea di donne che si rivolgono ai centri antiviolenza, vediamo che ogni donna riceve la ricca quota di 0,76 centesimi al giorno.

 

È questa la risposta alla violenza di genere che sta dando chi ci governa.

 

Ma non ci stupisce, perché è la stessa risposta che abbiamo visto di fronte alla morte di Romina, operaia di Castel san Giovanni, uccisa schiacciata da un camion mentre si recava in bicicletta a lavorare nei magazzini della logistica, sotto la pioggia delle 6 di mattina. Una risposta di indifferenza, che non si cura nemmeno di adeguare il territorio alle necessità e ai bisogni primari di chi quel territorio lo abita e con il proprio lavoro – sfruttato e usurante – porta ricchezza a tanti padroni di colossi aziendali, quali Amazon o Ikea.

 

E’ la stessa risposta che vediamo nelle politiche di definanziamento in ambito sociale e sanitario che hanno portato allo smantellamento, pezzo per pezzo, di un welfare che oggi non è più in grado di fornire i servizi necessari per le esigenze e le aspettative di vita di tutte noi, studentesse, madri, giovani madri, lavoratrici.

 

Ecco che un insegnamento importante del femminismo, che non dobbiamo mai dimenticare, è che la lotta di genere non può essere svincolata da una prospettiva sociale e di classe, affinchè possa davvero incidere nella pragmaticità del reale e essere strumento di emancipazione e liberazione per le soggettività più sfruttate e escluse.

 

Non siamo più disposte a chiedere nulla a governi che non fanno altro che smantellare diritti in ambito lavorativo, a precarizzare le nostre vite, a costringerci a scegliere tra famiglia e carriera e a lavorare fino a che campiamo.

Sappiamo bene che è nostro nemico chi chiude i centri antiviolenza e i consultori, chi rende inaccessibili gli asili nido, chi mantiene alto il tasso di obiettori di coscienza negli ospedali.

 

È per questo che oggi, nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne non accettiamo lacrime di coccodrillo da parte di chi è direttamente responsabile e non prende alcuna misura concreta per garantire l’emancipazione, l’autonomia economica e sociale delle donne.

Ancora di più oggi, non possiamo sentire i discorsi ipocriti di chi ci tratta come vittime, di chi ci vuole intrappolate in ruoli fissi e opprimenti e lucra sulla nostra pelle.

 

Oggi più che mai, contro padri, padroni e Stato ribadiamo la necessità di una lotta femminista, contro ogni forma di oppressione e sfruttamento.

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento